Opinioni

Politica e morale: ieri, oggi e (forse) domani

Parlamento vuoto
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

C’è stato un tempo nel quale si parlava, si parlava (soprattutto in certi salotti o in ristretti circoli rivoluzionari), si parlava… di politica e di morale. Ci s’infervorava, ci si accendeva, si battevano i pugni sul tavolo e c’era un gran voglia di passare dalle parole ai fatti contro tutti i parassiti dell’ancien régime ed i loro odiosi privilegi.

 

Costoro furono gli araldi di una politica che era un’intransigente e incorruttibile critica della Realtà. Con ciò intendendo che l’essere umano, a differenza delle altre specie animali, crede che il mondo possa essere diverso da quello che è.

Eh sì! E’ una strana bestia che, quando ha del tempo libero, immagina. E il motore principale di tale immaginazione è quell’assurda idea di felicità o, il che è lo stesso, quella ribellione sorda contro ogni ingiustizia, soprattutto se patita sulla propria pelle.

Ora, questa bizzarra distinzione tra il Bene e il Male (il discorso morale) non è nulla di filosofico o appannaggio di poche menti illuminate. Appartiene a tutti noi (salvo rari casi patologici di danni encefalici importanti). È, in altri termini, assolutamente ineliminabile. È ineliminabile perché si genera dalla parola, questa facoltà che ci porta a riflettere, innanzitutto tra me e me, su cosa sia giusto e su cosa sia sbagliato.

Quando tale riflessione viene condivisa con l’altro da sé e si tramuta in agire, diventa politica. Il discorso dialogico, allorché mira al cambiamento dell’esistente (critica della realtà) al fine di ricercare una maggiore giustizia (e dunque una maggiore felicità) è politico. Nel XVIII secolo, per dire, la felicità diventa un diritto nella ‘Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti’ (e anche la nostra Costituzione, molto più recente, è un frutto tardivo di quelle idee).

Il soggetto Politico-Morale per eccellenza che incarnò queste promesse (le quali, avendo una forte carica utopica, non potevano che rimanere in larga misura tali) fu, storicamente e non senza contraddizioni, lo Stato-Nazione. Sovrapposizione imperfetta di apparato statale e nazionalità: il primo termine sinonimo di potere politico e giudiziario su dati confini territoriali e il secondo sinonimo di popolo, di coscienza nazionale, di comunanza di lingua e di religione, di sentimenti collettivi e di una storia comune.

Sempre la Storia ci racconta come finì la storia: lo Stato-Nazione degenerò nei totalitarismi e anche laddove sopravvissero i regimi liberali, il “cinema” non fu più lo stesso. C’è stato un tempo in cui i più strenui difensori (nonché, ora, amministratori ottusi della prosaica e ipocrita realtà che ci circonda) erano i sovversivi ed i missionari di una politica rivoluzionaria.

La gestione del sistema diventa la verità di fondo della realtà sociale.*

E oggi?

Be’, oggi spesso si parla, si parla (soprattutto al bar), si parla… di politica. E…basta. Ci si lagna e dei politici se ne dice un gran male. Oggi, l’arte dell’amministrazione, della gestione del sistema, consiste (apparentemente in modo paradossale) nel rifiuto di amministrare.

Non è forse inutile discutere un programma di riforme, se non siamo sicuri che un governo sia capace di eseguirlo? E quand’anche questa capacità ci fosse, ha forse qualche importanza chi concretamente si occuperà di dare una risposta positiva alle nostre preferenze e se costui sia un galantuomo o un disonesto?

In fondo, anche se fosse un essere moralmente discutibile, non potremmo dire altrettanto della stragrande maggioranza degli elettori?

La politica, alla fine, si sostanzia in un sistema di rapporti di forza, nel quale il vincente impone la propria volontà politica. E’ sempre stato così, da che mondo è mondo.

E la morale? Direte voi.

Be’, la forza con cui s’impone il potere politico può essere legittima o illegittima a seconda della prospettiva morale che si abbraccia. Per un pasdaran della rivoluzione iraniana, Khomeini era un politico moralmente eccellente.

Ma anche nella nostra democrazia rappresentativa, per un “conservatore liberale” un aumento della tassazione sui patrimoni da parte dello Stato è un abuso di potere, una vessazione. Per un “progressista democratico” è, al contrario, solidarietà doverosa.

Insomma, banali preferenze: come scegliere il gusto del cono gelato.

Comunque, tale circostanza ha poco a che fare con l’esercizio del potere se non nella misura che essa ha un costo: il prezzo che il politico deve pagare è quello della propaganda politica per assicurarsi il consenso (e dunque legittimarsi), la spesa per garantirsi una rete di amicizie e di complicità sufficienti per difendersi dalla “macchina del fango” degli avversari politici, l’onere di darsi un’immagine pubblica a uso e consumo del popolino e dei media, i favori che deve dare o promettere di dare in cambio del denaro necessario per le sue campagne elettorali e, quindi, per la sua rielezione.

Dopodiché, la politica è capacità progettuale ed esecuzione.

Ma c’è forse una correlazione tra eccellenza morale e capacita progettuale e di esecuzione? Naturalmente, gli elettori che vedono le proprie preferenze realizzate saranno moralmente soddisfatti dell’azione politica.

Agli altri comuni mortali, che trasudano indignazione morale per la condotta governativa o parlamentare, non resta che mettere in moto le loro risorse o per esercitare una pressione sociale tale da indurre i politici a modificare il loro comportamento o per organizzare un consenso sufficiente per mandare i loro rappresentanti al potere.

Ciò che veramente conta non è se la loro moralità sia migliore di coloro che detengono (indirettamente, per mezzo di leader a loro graditi) il potere in quello specifico momento ma la loro capacità di influenzare la volontà politica, di disporre cioè dei mezzi idonei per ribaltare i rapporti di forza esistenti. **

E il domani?

È di nuovo la Storia a raccontarci come anche la nuova storia stia andando in malora (difficile dire se si tratti di una buona notizia o se al peggio non c’è mai fine). Capacità progettuale ed esecuzione non solo vengono meno ma diventano d’intralcio nella lotta per il potere.

Putin e Blair, per fare due esempi tra i tanti, hanno, a ragion veduta, accuratamente evitato di presentare una qualsiasi piattaforma politica di cose da fare, puntando tutto solo sulla loro capacità di emozionare, chiedendo una generica fiducia alla loro persona.

‘Yes, we can’, ma ‘can’ cosa?

In effetti, chi decide quali progetti siano eseguibili e soprattutto fattibili? La forza politica che detiene il potere?

Tze, tze.

Il primato della politica deve cedere il passo a due “forze” esterne: la Tecnica e il Capitale.

Tecnologia ed Economia sono, oggi, forze esterne perché sono diventate extraterritoriali per effetto della globalizzazione, e si sottraggono al dominio politico dello Stato.

Esse sono, oggi, poteri apolidi per interesse e nomadi per vocazione.

La prima di esse, la tecnica, ha da tempo copiato la politica. Anzi, l’ha preceduta sulla strada dell’emancipazione dalla specie umana, diventando “l’unico giudice di se stessa”:

“… la realtà sociale non è data dall’uso della tecnologia ma dalla tecnologia stessa. Essa mostra l’impossibilità tecnica di essere autonomi, di decidere personalmente della propria vita, di perseguire delle alternative e questa mancanza di libertà non ha carattere irrazionale, né politico, apparendo come perfettamente logica”. (Marcuse, “L’uomo a una dimensione”).

La seconda, il Capitale, è in qualche modo tornata, libera, alle origini, sebbene in misura molto più concentrata e smisurata di una volta (i ricchi inarrestabilmente “condannati” ad essere sempre più ricchi):

“… le spinte verso la socialdemocrazia e la redistribuzione del Novecento sono state un’eccezione e un’illusione, quello che ci aspetta è il ritorno a un capitalismo ottocentesco (come quello dei romanzi di Jane Austen e Balzac) in cui non importa quanto lavori, qualunque carriera non potrà mai eguagliare un buon matrimonio. Perché la ricchezza non si accumula, si eredita.
E questo non succede (soltanto) perché l’economia occidentale è trainata da tanti avidi Gordon Gekko che, come nel film di Oliver Stone, accumulano profitti a spese della classe media. No, è la dinamica interna dell’economia: ‘It’s the economy, stupid’.” (Stefano Feltri,’Il Fatto’, 11 maggio 2014 – articolo sul libro “Il capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty).

Così, l’insicurezza sociale è diventata il principio di fondo dell’organizzazione collettiva. Incertezza e precarietà sono coniugate nelle nuove parole d’ordine: cambiamento e flessibilità.

Così non ci fa più nessun effetto sentire la politica che ci ricorda in continuazione che gli eventi cruciali dipendono da anonime e globali forze del mercato, contro cui non si può fare nulla (e chi può fare qualcosa, allora?).

Così, assistiamo anestetizzati all’esercizio delle nuove tecniche di potere che si risolvono endemicamente nell’inconcludenza delle scelte fatte, se non nella loro irrilevanza.

E si badi bene, non è incapacità ma necessità: infatti, è proprio grazie al loro carattere inconsistente e incerto che siffatte scelte non precludono scelte diverse e future.

Insomma, la politica contemporanea quando afferma che “non c’è scelta” perché “ce lo chiedono i Mercati”, “lo impone l’Europa”, “lo comanda la Crescita / il Capitale globale/ la Concorrenza / la Produttività”, quindi quando la volontà (politica) non solo si sottrae aprioristicamente a qualunque giudizio di valore (e questo è accaduto da tempo) ma anche quando non è più capace di autodeterminarsi (stabilendo lei il suo “giusto”), rinuncia a essere ‘politica’.

Si contraddice nel suo significato moderno e contemporaneo, laddove essa diventò, prima volontà di potenza dello Stato-Nazione, poi puro esercizio del potere, per finire serva sciocca.

E noi? E la morale?

Ogni singolo soggetto che fa parte del sistema sociale viene lasciato libero e incoraggiato (non c’è alternativa) a trovare da solo il proprio livello di equilibrio. A noi non resta, come acutamente notò Ulrick Beck, tentare di dare le nostre “soluzioni biografiche a (queste) contraddizioni sistemiche”.

Una soluzione chiaramente impossibile ma l’unica percorribile.

Se la memoria collettiva della passata società rimandava ad una Entità/Divinità onnipresente che ti accompagnava dalla culla alla bara, la nuova immagine della società postmoderna è più simile al Dio tardo-medievale: volubile, terrificante, imprevedibile, inconoscibile, non frenato da leggi di natura o dalla Ragione, indifferente al Bene e al Male e che nulla deve agli uomini (la cui sensazione di essere, in fondo, superflui si fa tangibile di giorno in giorno).*

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* molti dei concetti esposti sono tratti dal bel libro di Bauman ‘La società sotto assedio’ che se non letto, con vibrante emozione, consiglio vivamente
** la parte centrale cita le idee sulla politica contemporanea e sul suo rapporto con la morale prese dall’autore ‘alaki’ sulla piattaforma ‘Quag’ , interventi febbraio 2016.

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.