Opinioni

Dal disoccupato all’esubero, al migrante rompicoglioni

Migranti
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

La solita estate di balle spaziali. E di giornalisti necrofili: bimbo non ucciso dai cani ma sbranato da feroci belve assassine, fino a ieri innocui cucciolotti. Lacrime e sangue, creme solari e beach volley.

Il mondo è saturo e inospitale.

Il terrorista sparge il terrore (nomen omen) nel nostro giardino di casa.

Le banche crollano, come i viadotti stradali (non ci sono più le tangenti di una volta…).

Bombe intelligenti e linde cadono a caso (?) su ospedali di bambini ignoranti e sporchi.

Erdogan ripropone con impegno la millenaria arte della tortura ma si offende e mette il broncio per lo scarso entusiasmo mostrato dalle Cancellerie Europee (cose turche);

Politici dalle facce da culo, ripresi involontariamente da telecamere in pausa caffè, ridono di gusto e si danno delle gran pacche sulle spalle (so io perché…).

Risposte senza domande

Nel frattempo, il migrante fugge ma va dalla parte sbagliata… viene da noi! Che già stiamo stretti. Ebrei a parte, non si trova più una Terra Promessa, neanche a pagarla oro.

Alcuni fuggono per fame, altri per la guerra ma la spiegazione non regge. Fame e guerra non sono mai state fatte mancare ai tapini in questione.

Convince molto di più il chiarimento che, sulla triste storia, ne diede Bauman (cfr. ‘Vite di scarto’).

Il problema, parrà strano, ma è quello dei rifiuti. Naturalmente, rifiuti umani.

I rifiuti sono connaturati al modo di vivere occidentale ma nessuno li vuole in casa propria.

Gli scarti umani, nell’epoca scorsa, erano chiamati “dis-occupati” e gli Stati li facevano rientrare in quell’esercito di riserva da cui poi l’economia del Paese poteva pescare, all’inversione del ciclo economico, quando la richiesta di braccia e di beni tornava con giubilo a farsi sentire.

Anche i liberisti, chiedendo a gran voce ai loro governi di non occuparsene, ne tessevano le lodi e l’utilità del loro potenziale reimpiego. Quando la ripresa economica (il boom) tardava a venire e la manodopera temporaneamente parcheggiata iniziava a dare segni d’insofferenza (ingrati e villani), si provvedeva allo smaltimento indirizzando costoro verso regioni più ospitali: America, Australia, Svizzera, Paesi del Nord e via andare.

Insomma, per quanto becera e ignorante, si trattava di spazzatura di un qualche valore, che opportunamente separata e ripulita era atta a un’efficace azione di riciclaggio.

L’umano rifiuto, in attesa del suo reinserimento, era, pur sempre, partecipe del grande circo sociale, se non addirittura della Storia!

Analogamente, anche per i rifiuti materiali un eventuale problema locale, trovava sempre una soluzione globaleAree cosiddette sottosviluppate, o considerate per imperio libere e disponibili (aborigeni da smaltire a parte) potevano all’uopo fungere da discariche per le scorie capitalistiche.

Accadde, purtroppo, di affezionarci a tal punto al nostro modello di sviluppo usa-e-getta da non poter fare a meno di esportarlo, con le buone o con le cattive, in ogni luogo del pianeta.

Oggi possiamo dire, con malcelata soddisfazione, che qualunque regione terrestre può in qualche modo dirsi in via di sviluppo e i suoi abitanti possono iniziare, con orgoglio, a produrre i propri rifiuti, umani o meno.

I Maestri del Progresso, presi dall’euforia dell’opera d’indottrinamento e distratti dalle molte occasioni di svago, hanno ignorato, in buona o cattiva fede (in cattiva fede i pochi e ormai deceduti intelligenti, in buona fede tutti gli altri a seguire), il trascurabile fatto che lo smaltimento non avrebbe più potuto funzionare se dal binomio ‘rifiuto locale – discarica globale’ si fosse passati all’accoppiata ‘rifiuto globale – discarica locale’.

Come detto, nessuno vuole una discarica nel proprio giardino e d’altra parte, le persone sono state nutrite e allevate essenzialmente per inseguire esperienze appaganti e frivole, per un consumo piacevole e compulsivo, per godere al netto degli scarti.

Così, laddove c’erano capanne e strade sterrate, greggi e boschi, patate e datteri, in una parola, economie di sussistenza e comunità, abbiamo messo grattacieli e banche, fabbriche e vetrine, smartphone e frullatori con tutto ciò che ne consegue … (quando uno accetta acriticamente un forno a microonde qualcosa è già successo).

Contemporaneamente, anche da noi il meccanismo di smaltimento dei disoccupati in eccesso e dei riservisti si è inceppato. Non si sa come, non si sa quando, a un certo punto siamo passati dai disoccupati di una volta agli esuberi attuali.

Dal disoccupato all’esubero

L’Esubero è un rifiuto umano ma privo di valore sociale, è uno scarto indifferenziato per il quale non esiste nessuna solida istituzione per il suo riciclaggio sistemico (che poi, parliamoci chiaro, sarebbe antieconomico, uno spreco di soldi pubblici che griderebbe vendetta).

Puzza troppo per prenderlo n mano, anche con i guanti e la mascherina: si deve arrangiare da solo.

Non è una bella condizione ma ciò che spaventa e terrorizza di tale status è il fatto che ognuno, da un momento all’altro, del tutto ingiustamente e fortuitamente, potrebbe trovarsi nella stessa situazione.

Una prospettiva subdola e indicibile che avvelena l’esistenza precaria e angosciosa di molti.

Ciò spiega, in gran parte, l’avversione rancorosa e sorda verso il rifiuto umano extracomunitario che i nuovi flussi migratori globalizzati e non più unidirezionali come una volta (da Noi a Loro) ti fanno incontrare sotto casa: ti ricorda, in modo tangibile, corporeo, cosa potresti diventare o cosa sei già diventato.

Dà forma concreta ai tuoi peggiori incubi.

Migrante rompicoglioni

Mentre l’esubero nostrano è discreto e si nasconde, con vergogna, alla vista degli inclusi sociali, gli scarti d’oltremare non mostrano minimamente questa delicatezza! Non comprendono, per colpa grave delle loro religioni antiquate e del loro spirito animistico, i valori fondamentali della nostra Civiltà: il piacere intenso e spensierato dello shopping, il fascino dell’acquisto impulsivo e capriccioso, la seduzione dell’esperienza sensoriale della connessione e della disconnessione rapida, se non si ha più voglia.

Incapace di una vita degna di essere vissuta (nell’unico modo possibile: quello testé citato) l’esubero, l’emarginato, l’escluso dalla società, il rifiuto umano è descritto da tv e giornali e dunque percepito come uno scroccone, un parassita… un rompicoglioni.

Non gli si perdona di rovinare con la sua presenza invadente e volgare il piacere del consumo, per assicurarsi (provvisoriamente) il quale ci si è battuti come dei leoni, con le unghie e con i denti.

Quando sono in numero esagerato, deturpano il paesaggio: non sono più fastidiosi. Diventano intollerabili.

Sono troppi (in fondo è noto che il problema principale è la sovrappopolazione, la loro). Che poi uno in quelle condizioni subumane è inevitabile che diventi un terrorista. D’altronde si sa: “O spendi o non ci stai dentro, esplodi”.

Certo, la parola ‘terrore’ ha una sua semantica scrupolosa ed esatta.

Se i meccanismi della concorrenza o dei mercati o dei prezzi, oppure qualche intervento umanitario con gli F16, dovessero provocare qualche migliaio di morti in una cittadina X mediorientale, non sarebbe linguisticamente appropriato parlare di “terrorismo” in quanto appare ovvio trattarsi di banali “effetti o danni collaterali”.

Tutt’altra faccenda se sulla promenade di una bella cittadina di vacanza francese un pazzo fa una strage con un camion. Qui è terrore allo stato puro.

Il perché è evidente: nel secondo caso entra in gioco l’attributo qualitativo di ‘vacanza’, assolutamente mancate nel primo esempio (nessun sano di mente andrebbe in vacanza sotto le bombe …).

E lo Stato, la politica, che fanno? Be’, tirano un sospiro di sollievo.

Eh, sì, erano agonizzanti e messi in un angolo.

In cerca di uno scopo, dopo aver abdicato alle loro promesse di felicità e di benessere per tutti, hanno ritrovato nella sicurezza fisica dei cittadini-non-in.esubero la loro ragion d’essere.

Anche i liberisti ora pretendono, senza porre tempo in mezzo, l’intervento dello Stato per fare pulizia … etnica. Per fortuna i nostri politici, dai più piccoli ai più grandi, sono tutti molto seri e preparati.

I rifiuti umani sono stati utilmente impiegati!

Servono ad alimentare la paura.

Se il riciclo è impensabile, la trovata sta nell’utilizzarli esattamente come sono: scarti.

Come scarti pericolosi, tossici, irrecuperabili, fanno crescere un’imperiosa richiesta di sicurezza. Si reclama a gran voce una soluzione politica. Torna la voglia di andare a votare.

Il ricco teme per la sua incolumità fisica e strettamente personale. Al povero stanno sui “maroni” (Maroni?) quelli più poveri di lui.

Lo Stato deve difenderci.

Le strade vanno ripulite, la polizia e i carabinieri devono essere dotati di una ramazza d’ordinanza.

Se negli anni quaranta del Novecento a Ventotene, Spinelli e compagni s’immaginarono l’Europa dei Popoli, della Pace, della Democrazia e della Libertà, recentemente il miracolo si è ripetuto: statisti acuti e lungimiranti hanno sognato un’Europa sicura, ordinata, asettica, grazie a una futura e ben organizzata gestione dei rifiuti, magari suddivisi in quote (un po’ a te e un po’ a me …).

Son cambiati i tempi e, ahimè, le visioni.

La Germania, per dire, ha appena lanciato un grande piano nazionale di protezione civile contro attacchi esterni (improbabili) e interni (praticamente certi). I tedeschi odiano, a differenza nostra, farsi cogliere impreparati.

Alfano gongola: culo vuole che a sua insaputa si ritrovi per caso a fare il ministro dell’Interno.

L’occasione è d’oro.

Salvini, assolutamente ignaro di aver avuto un’intuizione geniale (non lo crederebbe mai possibile ma è stato proprio il fatto di averli “Aiutati a casa loro”, esportando il nostro modello di sviluppo, ad aver gettato le basi per la disperazione globale e l’invasione odierna) come un ripetente incallito continua a confondere la causa con l’effetto, ma con un ottimo successo.

Insomma, le nostre peggiori paure e le minacce globali “esterne” sono fatte a nostra immagine e somiglianza. Sono figlie nostre, della nostra mutazione antropologica, della nostra rassegnata accettazione a considerare gli altri (all’inizio) ma soprattutto noi stessi (alla fine) dei possibili e inevitabili rifiuti umani.

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.