Opinioni

L’uomo e la morte. La sua, di lui

Tunnel e luce
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

Oggi vorrei parlarvi di un mio traguardo personale, raggiunto a fatica. Dopo lunghi e incerti anni di riflessioni e meditazioni raminghe, ho preso consapevolezza che l’uomo è… mortale.

 

Non era così scontato.

Per esempio, quanti di voi conoscono delle persone, a voi vicine, che sono morte di morte naturale? Io, nessuna.

Ognuno aveva una causa, più o meno precisa, del perché ci abbia lasciato.

Il caro zio è morto per la tal malattia, un amico fraterno per incidente stradale, un altro perché non ha seguito con il dovuto scrupolo i consigli degli esperti e dei media, scegliendo di condurre una vita dissennata: mangiando, bevendo e fumando (e perciò andandosela a cercare …!)

Non ho mai sentito nessuno dire: “Quello è morto perché è un essere mortale”. E’, insomma, vietato andarsene senza una ragione o causa accidentale. L’idea sottostante è semplice: se si muore solo per delle cause e se per ogni causa, con pazienza e impegno, troviamo un antidoto (ed è sicuro che prima o poi lo si trova), presto saremo immuni da tale disagio.

Insomma, l’immortalità è un progetto. Sarà, dovrà essere, la nostra condizione finale.

L’implementazione di tale ambizioso programma consiste nel prendere minuziosamente nota e catalogare tutte le cause mortali ma fortuite che si verificano o che si possono verificare, per prevenirle (attraverso una invasiva e massiccia opera di prevenzione) o per impedirne l’esito fatale una volta manifestatesi, per malaugurata sorte (molti cari vecchietti ogni giorno ingurgitano, a orari prefissati, ettogrammi di pastigliette a testa, al fine di fronteggiare decine di patologie loro prescritte e statisticamente diagnosticate, godendo, tra l’altro, di ottima salute).

Morire definitivamente è assolutamente irrazionale e controintuitivo anche per un’altra ragione: l’esperienza quotidiana ci dimostra il contrario.

Noi non abbiamo un’esperienza diretta con la nostra morte. Ciò che sappiamo di essa (e che ci potrebbe spaventare) è ciò che proviamo quando una persona a noi cara muore. Infatti, ci sentiamo “morire”. Abbiamo coscienza che un “mondo” è irrimediabilmente scomparso per sempre.

Ora, un’esperienza analoga la viviamo, da un punto di vista sociale, quando una relazione affettiva importante finisce (un divorzio, il tradimento di un amico, una separazione dolorosa e definitiva, eccetera). Anche in quel caso un “mondo” finisce. Ebbene, l’attuale fragilità dei nostri legami, la loro brevità e inconsistenza, ci fanno “vivere” e “rivivere” l’esperienza della morte (direttamente o indirettamente) in modo ripetuto e continuato.

Voi direte: “Che tristezza!”.

Invece no, perché tutto ciò ci porta a fraternizzare, a familiarizzare, con un’esperienza luttuosa. Ciò che impariamo è che dopo ogni “separazione”, “fine definitiva”, o morte “sociale”, si riparte! Si ricomincia… Si rinasce.

Ci presentiamo a vicenda “la nuova compagna”, fino a ulteriore notifica (nulla è per sempre).

La Ragione, che avrebbe alcuni velleitari motivi per addurre ragioni contrarie a quanto fin qui detto, si trova, così, in netta minoranza e in opposizione (nientepopodimeno) che con la Scienza e con l’Esperienza Quotidiana. Due entità, Scienza ed Esperienza, che definiscono la cosiddetta “Realtà” e, dunque, con basi molto più solide degli alambicchi della Ragione.

Sorvolando sul fatto che molti hanno ormai sostituito la loro razionalità con un registratore di cassa, in effetti la banalizzazione e la decostruzione della morte dovrebbe tranquillizzarci tutti sulla sua innocuità. In estrema sintesi, nonostante la spiacevole circostanza che questo sia il secolo delle paure (di ogni tipo), la più terribile e antica di esse, la paura della propria morte, è oggi ampiamente sotto controllo e potremmo, con una certa fiducia, dare per debellata.

Vuoi perché scientificamente esaminata, spiegata, enumerata, “presa in carico per una soluzione” e archiviata. Vuoi perché esorcizzata e resa una gioppinata dall’industria dell’intrattenimento o, come detto, trascesa dalla sua infinita ripetizione nei nostri rapporti più intimi e personali.

Eppure, un tarlo rode.

Sotto la patina delle nostre certezze tecno-socio-scientifiche, pur avendo dichiarato superfluo e obsoleto il pensarci, nel nostro subconscio cova l’antico terrore.

Credo che ciò dipenda dal nostro istinto.

Premesso che sono convinto che l’uomo l’abbia perso, l’istinto, poiché qualunque scelta ci si ponga la risposta che diamo è sempre un fatto culturale per quanto inconscio e routinizzato, tuttavia una cosa che condividiamo con le altre specie animali è rimasta: non la paura della morte, ma la paura “istintiva” di morire.

Proprio noi.

Così, mentre la paura della morte degli altri non ci spaventa più (siamo molto più terrorizzati di non trovare il parcheggio in centro), sopravvive irrazionalmente l’istinto animale. L’unico che ci sia rimasto, della nostra fine… Forse.

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.