Opinioni

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro (?)

Peppone Don Camillo
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

Lo scorso primo maggio, come ogni primo maggio, mi ha preso una sensazione strana. Una certa aria rarefatta di festa, di cieli tersi e limpidi (anche se pioveva), di sentimenti buoni (anche se non ve n’era ragione). E anche la gente sembrava più gentile e fraternizzante.

 

Bah!

Potenza della suggestione.

Eppure, non posso fare a meno di perdermi in pensieri vaghi e d’altri tempi.

Lo so, sono incline al trascendente e al racconto. Così mi sono chiesto: perché la nostra cara Repubblica è fondata sul Lavoro e non sulla Libertà, per dire, o sull’Eguaglianza o altro ancora?

Rimuginando, ho sognato a occhi aperti (che non è come sognare a occhi chiusi!) la genesi del primo comma dell’articolo 1 della nostra Costituzione.

Ero in compagnia di Peppone e Don Camillo, i mitici personaggi, per nulla inventati, di Giovannino Guareschi.

Mi trovavo a Brescello, nella sala consiliare del Comune, al tempo dell’Assemblea costituente proprio nel momento conclusivo di un’animata discussione intorno alla scrittura delle prima riga della futura Carta fondamentale della neonata Repubblica.

Prima di proseguire con il mio sogno, vi devo però dare conto dello zeitgeist (lo spirito dei tempi) di quei giorni andati.

Come si sa, l’Assemblea costituente era allora spaccata esattamente a metà, in due schieramenti avversi. Anche se Peppone e Don Camillo, al di là della retorica trucida dei due blocchi contrapposti (il “partito di Marx” e lo schieramento di centrodestra “Cattolico–Liberal-Conservatore”) in fondo restavano umani, anteponendo sempre gli interessi reali delle persone in carne e ossa alle conseguenze ultime delle loro ideologie: rivoluzione, aldilà, mercato o olio di ricino.

Insomma, rispettandosi, alla resa dei conti preferivano deporre i bastoni e trovare una soluzione a metà del guado, che non scontentasse troppo i “rossi” o i “bianchi”, in modo che ognuna delle due parti, dal pulpito o nella sede del partito, potesse “cantar vittoria” e fare un po’ di propaganda per le menti più semplici dei loro seguaci.

Naturalmente, perché ciò fosse possibile era necessario utilizzare un fine bilancino e concetti/Valori che fossero sufficientemente vaghi da poter essere proficuamente piegati ai propri scopi da entrambi gli schieramenti.

La parola lavoro è uno di questi concetti/Valori ambivalenti.

Mettere al centro della Repubblica il lavoro andava bene a Peppone, che ci vedeva “il sol dell’avvenir”, il popolo operaio e contadino, la rivincita del proletario sul capitalismo sfruttatore. E andava bene anche a Don Camillo, perché i proprietari terrieri e i padroni mica erano contro il lavoro, anzi, erano loro i “datori” di quel bene così importante e prezioso, dunque veri benefattori, degni di rispetto e ammirazione. “Creatori”, in ultima analisi, di un “valore costituzionale”, senza dimenticare che il lavoro in fondo era uno dei fattori della produzione previsto dalle teorie economiche liberiste.

La parola lavoro doveva anche svolgere una funzione riequilibratrice della parola democratica che non poteva essere connotata, a rigor di logica, in senso socialista o staliniano.

Certo, Peppone e Don Camillo, prima di arrivare alla mediazione perfetta, si scornarono ampiamente, proponendo altri valori fondanti, ma tutti finivano, per i loro gusti, per pendere ideologicamente (e storicamente) anche solo per pochi millimetri, o troppo a destra o troppo a sinistra.

Ora nel mio sogno, ad un certo punto, accadde una cosa buffa ma che, con il senno di poi, spiega molto. Dopo sei ore di animata discussione intorno alla parola da accompagnare a quell’aggettivo, “democratica”, fu Don Camillo a buttare lì, in tono arrendevole e sommesso, la parola lavoro. E Peppone, che quando non riusciva a spuntarla nel breve sostituiva progressivamente i vocaboli che gli venivano a mancare con un linguaggio non verbale, battendo i pugni sul suo tavolo da sindaco lanciò, scandendo, il suo ultimatum a Don Camillo: “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori, e non se ne parli più!”

Con calma serafica e fare sornione fu ancora Don Camillo che, concessa una manciata di secondi al suo rivale perché recuperasse il fiato, suggerì un’impercettibile e definitiva limatura alla frase fondamentale, correggendola così: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, e mettendo così una pietra tombale sullo scottante dilemma.

I due si strinsero la mano e l’accordo fu fatto.

Peppone, naturalmente, pensò di averla alla fine avuta vinta (e così dovette dare a vedere ai compagni di partito che avevano assistito al travagliato parto e che ora venivano invitati dal loro Capo a festeggiare la vittoria sulle forze reazionarie e antipopolari) anche se non poteva scacciare in cuor suo quel senso di disagio e di dubbio dato dalla strana ma ineludibile circostanza che era stato proprio Don Camillo (e non lui, come la Storia si sarebbe aspettato) ad aver proposto quella pietra miliare della rivoluzione proletaria e, per soprammercato, ad aver apportato l’ultima piccola, e certamente insignificante, correzione al testo finale.

Il nostro sindaco, a caldo, faceva fatica a ricostruire nel suo animo, facile preda delle migliori passioni e delle più belle cause ma poco incline alla riflessione astratta, la sequenza logica di quel momento storico e non si raccapezzava più su cosa fosse stato effetto e di quale causa, salvo la pungente consapevolezza di non aver avuto l’ultima parola. E questo gli guastava quel momento di piacere.

Peppone, in effetti, non poteva fare a meno di pensare, tra sé e sé, che, si sa, se la gente aveva inventato il detto “scherzo da prete” voleva ben dire che non c’era tanto da fidarsi. Ma alla fine convenne che “cosa fatta, capo ha” (politicamente, era uso sintetizzare e convertire le lunghe e incomprensibili ‘Direttive Della Segreteria Centrale Del Partito’ in detti e proverbi popolari e perciò comprensibili ai più, tra cui si metteva volentieri anche lui).

Se, poi, il prete e i suoi accoliti avessero tentato in futuro di fare i furbi c’erano ben lui e i compagni fidati a vigilare sul cammino della Storia e dell’invincibile progresso sociale.

Per farla breve (!), il tempo tristemente fece il suo corso, fino ad arrivare ai giorni nostri nei quali, disgraziatamente o per fortuna, non possiamo fare a meno di notare che i nipoti di Don Camillo e di Peppone conservano poco o nulla di ciò che univa e che divideva i loro nonni.

Certo, qualcuno ancora va alle commemorazioni della Repubblica, della Liberazione o dei Lavoratori. In fondo una festa è sempre una festa e alcuni di loro, di natura più sensibile, persino si commuovono.

Nei giorni feriali, però, si assomigliano tutti.

Il lavoro da antico Valore un poco di sinistra è finito per sbandare un poco a destra e il suo storico e antico significato è stato assorbito e digerito dalla sua nuova semantica di merce (e molto globalizzata, tra l’altro).

Per uno scherzo del destino, mentre la Storia trasformava chiunque, nessuno escluso, in “Homo Labor-atore” (anche un Papa o un Presidente del Consiglio) il Progresso si è premurato, nel frattempo, di far sparire il Lavoro, creando una situazione alquanto incresciosa e imprevista.

E la vecchia Brescello?

Be’, ora la Sala Consiliare è la muta e malinconica testimone di accese discussioni sul significato morale, artistico e culturale del costruendo rondò sull’asse interurbano o sul contributo simbolico all’integrazione razziale (nonché, per il consigliere di minoranza, alla Pace nel mondo) della progettata pista ciclabile che dovrebbe attraversare il Paese, lungo le rive del grande fiume.

Oltre al mutato clima culturale, anche nel suo aspetto fisico il paesello, per chi se lo ricordava ai tempi dei nonni, è irriconoscibile.

Cementificato, franoso ogni volta che scendono due gocce d’acqua e il Po esonda, si presenta grigio e dall’aria cattiva (forse per il modernissimo termovalorizzatore, vanto del paese, perché pare il più grande d’Europa; mica bruscolini, eh..).

La sede del partito non esiste più. L’edificio è stato lottizzato, spartito, smembrato e venduto a tranci dietro delle cospicue mazzette, sembra finite in Svizzera grazie a diversi giovanotti dalle larghe spalle.

La chiesa, fuori dalle feste comandate, è spopolata e i fedeli (tra cui molti eredi degli antichi combattenti liberal-conservatori) si sono scoperti più fedeli al loro conto in banca che al loro parroco.

Il progresso si è materializzato nel nuovo casello autostradale, così che luccicanti, maestosi e rombanti T.I.R. possano rifornire gli scaffali del nuovissimo “centro commerciale”, laddove una volta stavano il podere e le mucche della vecchia Adelina.

La piazza è vuota. Ritrovarsi fisicamente è roba da pensionati, oggi ci sono i moderni telefonini e le piazze virtuali dei social che hanno il grande vantaggio di non impegnare nessuno oltre le proprie capacità e preferenze, grazie all’anonimato e alla velocissima possibilità di sconnessione (i.e. fuga).

I più nostalgici e rompiscatole arrivano a vaneggiare che con tale andazzo non ci sarebbe da stupirsi se un bel giorno la mafia si prendesse tutto il paesello.

Il che appare una provocazione bell’e buona, poiché tale circostanza sarebbe del tutto inverosimile.

P.S.: Che nessuno si prenda la briga di svegliarmi…

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.