Opinioni Storie

Le origini dell’apparire

Apparenza
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

È l’epoca dell’apparire, non ci piove (per quanto sia intellettualmente disdicevole).

 

 

A parole, infatti, tra ‘Apparire’ ed ‘Essere’, se non si vuol passar per dei limitati, occorre che ci si schieri con convinzione a favore del secondo termine, e bisogna farlo cercando di sembrare intelligenti o, alla peggio, se proprio lo sforzo è oltre le proprie possibilità, conviene tacere.

In fondo, basta fare una piccola ricerca degli aforismi passati alla storia (oggi, diremmo, “alla rete”) per rendersi conto che, a parte quello stravagante di Oscar Wilde:

Si, la forma è tutto. È il segreto della vita,

il resto è un gioco al massacro per le povere apparenze.

Per citarne solo alcuni:

Il fatto che un vostro selfie non contenga più del 10% di chi siete davvero non significa che dovete farvene 10 al giorno.
(AlbertZuckerman, Twitter)

Una mattina potrei annunciare che il mondo di lì a tre ore salterà in aria, e la gente telefonerebbe comunque per commentare i miei capelli.
(Katie Kouric, presentatrice televisiva e conduttrice di telegiornale)

Ci guadagneremmo di più a farci vedere come siamo che a cercar di apparire quel che non siamo.
(François de La Rochefoucauld)

Eccetera, eccetera.

In prima approssimazione, questo rincoglionimento generale potrebbe sembrare il portato della società dei consumi, un effetto collaterale della contemporaneità. In realtà, credo che si debba andare più indietro nel tempo, diciamo nel XVII secolo, quando si posero le basi del metodo scientifico e della scienza moderna.

Ora, se l’arte è anticipatrice e svelatrice di ciò che sarà, è al Barocco che vorrei guardare. È con l’arte barocca che l’essere si scolla, si distacca dall’apparire, e quest’ultimo termine diventa qualcosa che vive di luce propria.

Ciò accade nel Seicento. Perché? Fino ad allora, l’artista e lo “scienziato” potevano comunemente e tranquillamente convivere nella stessa persona. Nel Seicento, però, le cose cambiano.

La neonata scienza rifiuta ciò che viene percepito con i sensi (troppo fallaci) e si affida, in alternativa, ai risultati sperimentali (ripetibili) parlando il nuovo linguaggio delle formule.

Curiosamente, per una strana legge del contrappasso, toccò proprio al padre nobile della scienza moderna, Galileo Galilei, la ventura di trarsi d’impaccio abiurando la sostanza per la forma. Infatti, solo salvando le apparenze ebbe salva la vita…

Al contempo, la scoperta di nuovi continenti rivoluzionava la geografia del mondo e portava con sé un più ampio ventaglio di scelte, di possibilità, di modi di vivere e di pensare, di nuovi commerci ed esplorazioni, di novità religiose e filosofiche.

Cartesio, che non amava i gossip, reagì invitando caldamente la gentile popolazione a non essere troppo credulona e a dubitare di tutto (non fu particolarmente ascoltato… e qualcuno gli diede pure del guastafeste).

In buona sostanza, la Verità diventava un affare esclusivo dell’intelletto.

E i poveri artisti?

Be’, obtorto collo dovettero accettare di tenersi ciò che avanzava dalla scienza: l’immagine. Un’immagine che dunque poteva benissimo essere diversa dal ‘Vero’, un’illusione: ciò che si vedeva non necessariamente era ciò che era…

La descrizione dell’uomo e della natura ad opera dell’artista, attraverso i suoi sensi e la propria sensibilità, non era più un buon metodo per accrescere la conoscenza. L’opera veniva declassata a rappresentazione, al limite a semplice decoro.

In quel contesto, pur non avendone avuto esperienza diretta, suppongo che, dopo un primo momento di smarrimento, artisti e artigiani siano passati al contrattacco.

Esagerando.

Visto che gli avevano complicato la vita, decisero che le loro opere dovevano essere maledettamente complicate (immagini, certo, apparenza, sicuro, ma prova un po’ te a capirci qualcosa). Ogni millimetro di tela o di marmo doveva essere riempito con qualcosa.

Se la loro opera era solo apparenza o illusione che esprimesse, in sommo grado, dinamismo, energia e drammaticità; che fosse spettacolare, scenografica; che suscitasse meraviglia… Tutti, inclusi i “signori scienziati”, restassero a bocca aperta.

Da allora, il Barocco (e l’apparire) è diventato una categoria estetica universale che tende a privilegiare l’aspetto esteriore ai contenuti interiori. E tale aspetto esteriore dovrebbe essere fatto ad arte, uno spettacolo: eccessivo, bizzarro, eccentrico. Tale “qualità” dovrebbe arrivare dritta ai sentimenti della gente, toccarle l’animo, stupire, richiamando l’attenzione sul quel gran palcoscenico che è il mondo.

Che importa che sia una messa in scena?

Non siamo forse tutti dei recitanti in cerca di un’identità che continuamente ci sfugge?

E dunque, vi chiedo: è veramente giustificato il dispregio, figlio dell’illuminismo, verso ciò che “appare”? Soprattutto da quando la ragione e l’intelletto si sono dimostrati non meno ingannevoli dei nostri sensi?

Non avendo accesso né alla nostra vera natura (se mai ne avessimo una) né alla vera Realtà (se mai ne esistesse una), vogliamo privarci dell’unico gioco, senza pretese, che ci resta?

In fondo, è in questo teatrino che è il mondo che noi ci incontriamo, ci innamoriamo, soffriamo. E questa pantomima, intorno a sé fa nascere la Vita.

Ora, all’obiezione dei più irriducibili tifosi dell’Essenza a cui l’apparenza proprio fa schifo e che guardandovi con disprezzo vi fanno intendere, senza giri di parole, la superiorità indiscussa dell’Essere sull’Apparire, ecco, a costoro chiedo di immaginarvi la risposta che vi potrebbe dare Jep Gambardella, il protagonista della “Grande Bellezza” (un film che altro non è se non è un magnifico e grandioso affresco Barocco).

Egli, guardandovi sorridendo (con quel sorriso di chi le ha viste tutte) vi potrebbe anche dire: “Cari amici, voi mi chiedete l’impossibile.

Già tanti anni fa, quando scrissi il mio primo e unico romanzo, capii che non avevo le capacità per iniziare ad essere.

Mi mancava il coraggio o l’incoscienza di guardare solo in me stesso…e magari non trovarci nessuno. E io ho il terrore del vuoto, la solitudine mi fa troppa tristezza.

Ho preferito essere qualcuno nella mondanità, nel mondo delle apparenze, ma non uno qualsiasi, eh, volevo essere il migliore.

Questo me lo dovete riconoscere, miei adorati.

Mi potete forse biasimare per aver fatto di me un ”attore” impeccabile, fino a farne, con una coerenza d’altri tempi, la mia vera natura? Pensate che se di fronte a voi mi denudassi vi apparirei diverso, più autentico?

I ‘trenini’ delle nostre feste, metafora calzante di come abbiano ridotto noi e il mondo, ci piacciono proprio perché non vanno mai da nessuna parte.

Se tutta quella bella gente lasciasse i propri abiti nel camerino, pensate che resterebbero folgorati sulla via di Damasco? Saprebbero cosa fare, dove andare?

Il problema, amici, non sta nella recitazione (quando viene fatta con intelligenza e garbo): quella è inevitabile. È che, oggi, non si trovano più autori.

I copioni sono di altri… Robetta riciclata, scialba.

La verità è che siamo diventati troppo pigri per scriverci i testi da soli, per sceglierci da noi la sceneggiatura della nostra Vita…”

 

(Immagine tratta da Flickr: Raica Quilici – creative commons)

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.