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La strana idea di Schopenhauer

Schopenhauer
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

Il libero arbitrio se esiste, non inizia come azione volontaria
(Benjamin Libet)

 

In realtà sarebbe ben strano che tutta la natura, tutti gli astri obbedissero a leggi eterne, e che vi fosse un piccolo animale alto cinque piedi che, a dispetto di queste leggi, potesse agire come gli piace solo in funzione del suo capriccio
(Voltaire, Le Philosophe ignorant, 1766)

Gli uomini si ingannano nel ritenersi liberi, e questa opinione consiste solo in questo, che essi sono consapevoli delle loro azioni ma sono ignari delle cause da cui sono determinati. Questa è dunque la loro idea di libertà dal momento che non conoscono alcuna causa delle loro azioni
(B. Spinoza, Ethica Ordine Geometrico Demonstrata, 1991)

Un essere, dotato di superiori capacità di comprensione e di più perfetta intelligenza, che guardasse all’uomo e al suo agire, sorriderebbe dell’illusione umana di agire secondo libertà. […]
(Citato in Libet, Freeman, Sutherland [a cura di], The Volitional Brain: Toward a Neuroscience of Free Will, 1999

Il problema del libero arbitrio è, secondo Hume, ‘La più controversa questione della metafisica e della scienza’ e, a tal proposito, mi piacerebbe assai parlarvi un po’ di quel filosofo stravagante che fu Schopenhauer.

Il povero Schopenhauer faceva repulsione da vivo e, invero, continua a farla anche da morto.

In effetti, il nostro eroe non ha mai fatto nulla per rendersi simpatico, era molto saccente e malfidato: aveva la classica sindrome del genio incompreso, già in tenera età. Ad esempio, il povero Goethe, che frequentava, già canuto e famoso, la casa della madre (da vedova), commise l’imprudenza di riconoscere la genialità del ragazzo e per farglielo capire gli regalò il suo amato libro “La vista e i colori”. Come ringraziamento il giovane Arthur lo sputtanò per tutta la città, dato che considerava le tesi del grande letterato un ammasso di sciocchezze prive di alcuna validità scientifica.

Era così pieno di sé da sfidare nientepopodimeno che il famigerato e terribile Hegel, fissando l’orario delle proprie lezioni di filosofia in concomitanza con quelle del Maestro e quando il Rettore gli fece notare che alle lezioni di Hegel non si trovava posto mentre alle sue erano presenti quattro, dicesi quattro, studenti la prese come un’offesa personale e si dimise senza mancare di sottolineare che tanto il “Magnifico” Rettore, che il “Chiarissimo Professor” Hegel e, naturalmente, le centinaia di idioti che lo seguivano, non capivano una cippa lippa, o beata fava, che dir si voglia!

Ma da cosa nasceva la convinzione di essere il migliore, non solo dei suoi contemporanei ma anche dei grandi del passato? Be’, gli veniva da una innocua domandina che gli girava in testa da un po’, una domanda da filosofi, naturalmente: posso volere ciò che voglio?

Da Kant a Hegel nessuno aveva messo in dubbio, fino ad allora, le capacità dell’intelletto e il fatto che la volontà dell’uomo fosse libera. Ma Schopenhauer di quest’idea non si fidava. Il tema è fondamentale, non solo in filosofia ma anche per noi comuni mortali, anzi soprattutto per noi comuni mortali, dato che i filosofi, in fondo, sono rimasti in quattro gatti.

La questione riguarda il libero arbitrio (senza questo presupposto “saltano” moltissime convinzioni e teorie come, ad esempio, l’idea di morale e alcuni dogmi religiosi).

I filosofi non mettevano in dubbio la nostra libera scelta. Ci si chiedeva, piuttosto, come essa dovesse essere espletata nel migliore dei modi e la guida migliore sembrava indiscutibilmente essere la Ragione. È la Ragione (l’Intelletto) che dice alla nostra Volontà cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è Male e cosa è Bene, cosa è Vero e cosa è Falso.

Ecco, per Schopenhauer era una cazzata! Il nostro agire non sarebbe razionale, guidato dall’intelligenza, ma deriverebbe da una volontà irragionevole. Chi comanda nella nostra testa? La Ragione? No, essa è subordinata alla nostra Volontà.

Una Volontà che emerge incontrollata e incontrollabile dal profondo, ha la sua tana nell’inconscio, laddove si annidano, manco a dirlo, i nostri peggiori incubi: è lei la vera responsabile, la guida incontrastata della nostra esistenza e del nostro carattere. La Volontà comanda e la Ragione esegue.

Ma in che senso la Ragione esegue? Beh, nel senso che la neocorteccia si limiterebbe a razionalizzare ciò che il nostro inconscio ha deciso (Volontà). La Ragione, in altre parole, fornisce una giustificazione a posteriori di ciò che abbiamo fatto (quante volte costruiamo “ragioni” a scelte già fatte o che faremo anche se sembrano irrazionali: ma le vogliamo tanto, tanto…).

Insomma Schopenhauer aveva di che sentirsi geniale, avendo trovato, lui solo, l’errore fondamentale di tutti i filosofi. Avrebbe dimostrato a tutto il mondo la grande illusione: l’idea che basti sapere cosa è Buono e Giusto per metterlo in pratica (fino ad allora, chi non lo faceva era considerato, dai pensatori, un demente o una persona in malafede che sbagliava sapendo di sbagliare).

Certo, se la Ragione è un banale calcolatore che serve solo a rivestire di ideologie e di teorie ciò che la nostra Volontà decide per cavoli suoi, sono cavoletti amari…

Per Schopenhauer, ad esempio, la frase: “scopo dell’esistenza umana è la ricerca della felicità”, non avrebbe avuto molto senso: l’uomo è schiavo della propria Volontà che ha i suoi scopi e i suoi gusti (che naturalmente, non si discutono e non si conoscono, se non quando è troppo tardi per tirarsi indietro).

Oggi, l’idea che la Ragione non sia infallibile, neppure teoricamente, è largamente dimostrata (cfr. Gödel). Che l’agire dell’uomo debba fare i conti con l’inconscio (“i mostri che abbiamo dentro”) è assodato, che il libero arbitrio resti una bella ipotesi, anche. Alla domanda se l’uomo quando agisce è veramente libero non si può rispondere una volta per tutte.

Ma torniamo all’intuizione del nostro genio incompreso: nel 1977 (più di un secolo dopo), iniziò uno studio, noto come “l’esperimento di Libet”, che rese famoso il professor Libet (per l’appunto). Lo scienziato fece accomodare una paziente di fronte ad un grande orologio che in realtà era un punto verde che ruotava intorno ad un disco rotondo, con degli elettrodi collegati al polso e al cervello della signora.

La dama fu invitata a scegliere quando muovere il polso nel momento esatto in cui ella intendeva “fissare” il punto verde in una certa posizione del disco. I risultati furono i seguenti: dall’impulso partito dalla Volontà all’accensione della neo corteccia (presumibile sede della ragione) passa, tagliato grosso, mezzo secondo, dall’accensione dell’intelletto al movimento del polso passa un altro mezzo secondo, circa.

Tali risultati avrebbero fatto annuire, con un malcelato compiacimento, il buon Schopenhauer. La nostra intelligenza non decide: riceve un input (Volontà) dal cervelletto e lo esegue mandando il comando al polso.

Schopenhauer aveva dunque ragione? Ni.

Innanzitutto possiamo notare che l’Intelletto ha a disposizione mezzo secondo per decidere se dare ascolto alla voce delle sue viscere o bloccare il tutto. Dunque avremmo comunque una volontà cosciente (razionale) di dire di ‘No’ alle voglie della nostra volontà inconscia: non saremmo proprio liberi di volere ma avremmo una specie di volontà “in negativo”: possiamo volere di non volere.

In secondo luogo, tali esperimenti si riferiscono a comandi semplici: decidere se fare o non fare una singola azione elementare. Che dire di quelle scelte, come sposarsi, farsi prete, laurearsi, emigrare all’estero e simili, che impegnano la nostra volontà e noi stessi per anni e anni? E che definiremmo, con sicurezza, come espressioni autentiche del nostro libero arbitrio? Possibile che siano già a priori in sintonia con il nostro inconscio ancestrale?

Bah!

Comunque sia, quell’antipatico di Schopenhauer in fondo aveva avuto veramente un’intuizione geniale che attualmente sta facendo lavorare migliaia di neuroricercatori per capire chi comanda veramente nella nostra testa!

(A casa nostra, già da tempo e con semplici e rapide evidenze empiriche, si è capito da un pezzo chi comanda…)

P.S.: Tratto dal bel libro di Richard David Precht “Ma io chi sono? (Ed eventualmente quanti sono?)” che consiglio caldamente a chiunque, poiché riesce a coniugare scienza e filosofia in modo scorrevole ed incantevole.

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.