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Felicità, addio (?)

Felicità
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

La Felicità è un tipico esempio di Universale astratto.

Un Universale è un concetto, un’idea applicabile alla totalità degli individui. Riguarda, in altri termini, tutta l’umanità. Altri esempi di universali astratti possono essere la Libertà o la Fratellanza Universale (appunto).

Usualmente, il concetto astratto resta tale, nel senso che la sua declinazione concreta potrebbe risultare di fatto impossibile, o essere decisamente diversa dall’idea sovrastante, variando molto da persona a persona. Per tacere del fatto che in genere la pallida e tangibile imitazione dell’universale astratto risulta comunque appannaggio di un numero ristretto di individui risultando così molto meno universale di quanto si vorrebbe.

Verrebbe, dunque, da chiedersi l’utilità pratica degli universali astratti. Come già notava quel tal gesuita nel seicento:‘Tutti i mortali vanno alla ricerca della Felicità, segno che nessuno ce l’ha‘.

In realtà, un universale astratto è una categoria utopica: funge da stella polare, indica cioè una direzione, non qualcosa da afferrare e possedere.

Pur avendo questo nobile scopo, l’universale astratto ha due limiti stringenti:

  • Non esiste come entità singola (non esiste la Felicità ma le felicità, non esiste la Libertà ma le libertà, così come non esiste l’Uomo ma gli uomini);
  • Ignora la dimensione storica (restando un prodotto umano, ogni universale risente dello “spirito dei tempi” e dunque muta il suo significa da un epoca all’altra e spesso anche all’interno dello stesso periodo storico).

Per i greci antichi (presocratici), ad esempio, la Felicità era ‘la buona sorte’ (eutychía) e, come tale, dipendeva esclusivamente dal capriccio degli Dei (oggi diremmo dal Fato), non avendo l’uomo alcun potere su di essa.

Bisognerà aspettare Socrate e Platone perché la Felicità possa essere intesa come meta di un percorso umano esistenziale che avrebbe dovuto mirare agli ideali della Bellezza e del sommo Bene.

Aristotele, che non perdeva occasione per pensarla diversamente dal suo maestro, più concretamente la identificò nell’abbondanza (di amici, di salute, d’intelletto, di forza, di ricchezze, di fama e onore), mentre Epicuro, al contrario, nell’assenza (aponia e atarassia: mancanza, cioè, di dolore fisico e di turbamento dell’anima).

Dunque, riassumendo, la felicità fu, di volta in volta, identificata con la fortuna elargita per benevolenza divina, con le virtù, con le ricchezze in senso lato, con i buoni piaceri, con l’armonia, con la serenità.

In ogni caso, la sua realizzazione era il frutto di un impegno che sarebbe durato una vita intera.

Il Cristianesimo riportò la vera Felicità nell’iperuranio, assimilandola alla beatitudine ultraterrena, almeno fino a quando Tomaso d’Aquino riprese e cristianizzò il pensiero di Aristotele: dunque, possibile felicità terrena (per quanto imperfetta), sebbene raggiungibile non per mezzo della ragione umana o della profusione di beni e capacità ma grazie alla Fede (che resta un dono di Dio).

L’umanesimo rinascimentale ritornerà sul concetto dell’autonomia (libero arbitrio) che l’uomo avrebbe per ricercare e ottenere la Felicità, anche su questa terra.

L’ascesa degli Stati-Nazione e le idee dell’illuminismo fecero della Felicità un vero e proprio progetto sociale e umano (programma che una fiducia incondizionata nel Progresso rendeva ineluttabile). Così l’utopia in questione, nell’epoca moderna, mostra alcuni tratti psicologici collettivi, almeno in occidente, che la caratterizzano (o meglio, che la caratterizzavano).

In primo luogo, l’idea che le cose potevano e dovevano essere diverse da quello che erano, quindi la convinzione che la Giustizia e la Felicità erano in qualche modo scopi pratici e perseguibili (grazie alla scienza e alla tecnica) e che lo erano indistintamente per tutti gli uomini, nessuno escluso (pena la non Verità di tali enunciati). In secondo luogo, la fede nella logica di tali idee portava alla certezza che non sussisteva alcun dubbio sul dovere generale del correre dei rischi, fino al sacrificio della propria vita, nell’inseguire tali fini.

Queste idee, tipicamente moderne, si scontrano con i nuovi assunti dell’epoca postmoderna, laddove la rivolta contro l’ordine delle cose risulta sommamente illogica, poiché il mondo postmoderno occidentale si presenta già libero e aperto alla felicità di ognuno.

Per tacere del fatto paradossale che la “logica” postmoderna assume esclusivamente la forma della comunicazione digitale che è illogica per definizione (basti visitare un qualunque social network).

Perciò perché rischiare?

E’ evidente che, conti alla mano, sarebbe del tutto irrazionale correre dei rischi e investire del proprio nel perseguire un ideale universale il cui godimento da parte della moltitudine avverrebbe senza il giusto pagamento di adeguate royalties o fees.

Inoltre, il mondo contemporaneo ha già fatto della produzione di merci e del denaro i suoi universali di giustizia e di equità, nei quali gli uomini si possono riconoscere uguali e felici, nessuno escluso.

Dell’antico progetto di realizzazione concreta della Felicità, come utopia moderna che presupponeva un procedere lento ma inesorabile della Storia (un movimento di uomini e donne verso il sol dell’avvenir), sopravvive, scolpito nella sacra pietra del Tempio Occidentale, un diritto costituzionale inalienabile e universale (non per questo, comunque, meno utopico).

Come Esseri umani occidentali, perciò, nessuno può toccare il nostro esclusivo diritto personale e indissolubile (perché slegato da dimensioni politiche o sociali) alla Felicità, che consiste, più che altro, nel nostro libero potere di desiderare e cercare ciò che più ci fa felici.

Naturalmente, non essendo più un programma statale e sociale il problema delle risorse resta a nostro esclusivo carico(!)

Nel concreto, dunque, l’ideale astratto e universale della Felicità si declina nel diritto strettamente individuale della ricerca, con i propri mezzi, delle felicità.

L’esercizio individuale di tale diritto è chiaramente policromo e molteplice: uno può essere felice perché ha trovato un lavoro fisso dopo anni di precariato, un altro è felice perché innamorato, un altro perché la sua squadra del cuore ha vinto il derby, un altro ancora perché si è rifatto il naso e così via.

Pare, insomma, una faccenda legata ai propri desideri che spesso sono mutevoli e dunque transitori e passeggeri, come la felicità del loro soddisfacimento.

L’individuo, in quanto, “Essere della mancanza”, infatti, ha infiniti desideri (uno per ogni immaginabile e anche inimmaginabile carenza) è dunque un essere perennemente desiderante e perciò incessantemente alla ricerca delle molteplici felicità.

Il Principio guida nella ricerca delle felicità pare dunque coincidere con il proprio interesse personale (l’individuo si pensa come causa e fine di se stesso) e quest’ultimo è sempre il frutto di un calcolo.

La realizzazione del proprio interesse personale (e dunque dell’esser felici) pare dipendere, così ci insegna l’esperienza quotidiana, dal potere che ognuno è in grado di esercitare sugli altri e sul mondo che lo circonda.

Ci si muove all’interno di una logica di Dominio (il nuovo nome del libero arbitrio), sia come Individuo-Io, sia come comunità nelle sue declinazioni sociali, politiche, tecno scientifiche: ogni ambito è di tipo concorrenziale, se vinci sei felice (fino a ulteriore notifica), se perdi sei infelice.

Potremmo dire che la mia libertà (o felicità) non finisce dove inizia quella degli altri ma è la libertà (o felicità) degli altri che inizia dove finisce la mia.

La logica del dominio è subdola e pervasiva, persiste anche laddove, da parte di un numero sempre maggiore di persone, ci sia il rifiuto degli idoli e dei Miti moderni del consumismo, della performance, del denaro, del successo, del potere.

Questo, perché, tale logica è diventata la nostra struttura mentale e si sublima in un punto di vista esclusivo: il nostro (in fondo, siamo sempre noi che personalmente scegliamo di non aderire alla logica del dominio, dominandolo).

Chiamiamo, così, Realtà i nostri gesti quotidiani, per mezzo dei quali facciamo astrazione di tutto ciò che è a noi esterno, seguitando a non appartenere a nulla se non a noi.

Il ribaltamento di prospettiva e un nuovo rapporto con la Felicità esigono un processo di dis-individualizzazione.

Che ognuno di noi, cioè, si liberi di se stesso.

P.S.: La scomparsa dell’universale astratto della Felicità e la sua sostituzione con il tornaconto individuale potrebbe, a ragion veduta, essere concausa del fenomeno terroristico dei cosiddetti “cani sciolti”.

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.