Economia e Finanza

I misteri delle banche nel libro “Sabbie mobili”

Sabbie mobili
Robin Hood
Scritto da Robin Hood

Nelle ultime settimane è uscito nelle librerie italiane un libro molto accattivante e istruttivo, i cui contenuti dovrebbero far parte delle conoscenze di qualunque persona voglia capire come funziona il sistema bancario italiano (e non solo). Si tratta di “Sabbie mobili. Esiste un banchiere perbene?” di Fabio Innocenzi, un top manager relativamente giovane rispetto all’età media dei nostri banchieri ma con alle spalle incarichi di vertici in diverse banche italiane.

Innocenzi è stato a capo di Pioneer Investments, società di asset management del Gruppo UniCredit, amministratore delegato del Banco Popolare, capo della rete commerciale nel Triveneto di Intesa Sanpaolo e ora amministratore delegato di UBS Italia. Nello stesso periodo ha “ovviamente” ricoperto anche numerosi altri incarichi quali, ad esempio, quello di vice presidente di Banca Italease, di Banca Aletti, del Credito Bergamasco, e di responsabile delle Relazioni sindacali nell’Associazione Bancaria Italiana.

Diciamo che da noi i princìpi guida del movimento “Okkupa” dei senzacasa si applicano anche alle poltrone dei vari consigli d’amministrazione della miriade di società pubbliche e private che, al pari dei campanili, costellano il nostro Paese.

A scanso di equivoci, dobbiamo dire che non sempre si tratta di pura e avida necessità. Semplicemente, il numero di quelli che contano e che si conoscono tra loro è di gran lunga inferiore al numero delle poltrone disponibili cosicché, anche volendo fare una banale divisione tra posti e teste, a ognuno di questi semidei ne spetterebbero in media una cinquantina.

Tornando a bomba, Fabio Innocenzi ci fa un grande regalo (di cui gli siamo veramente grati). Con molta umanità e ammirevole altruismo, ci accompagna nel suo percorso professionale dandoci una visione privilegiata e assolutamente fuori dalla nostra portata di cosa accade realmente nelle cosiddette “stanze del potere”.

Premetto che non si tratta di un saggio specifico sul settore bancario, traboccante di formule, analisi, numeri, tabelle, piani industriali, e di technicality incomprensibili ai più. È, invece, leggibile e godibile come un buon romanzo “giallo” o noir.

Tuttavia non esiterei a definirlo proprio un manuale: rigorosamente tecnico, per addetti ai lavori e utilissimo ad ogni “aspirante banchiere”. Del resto, la tecnica adottata nelle banche italiane (e non solo), per prendere importanti decisioni operative e di pianificazione strategica, è proprio quella del romanzo “giallo”, con le sue dinamiche, i suoi tempi, le sue sorprese e i suoi tormenti, come il Dr. Innocenzi sapientemente ci racconta.

La prima cosa che ho appreso è stata la conferma di un sospetto che avevo da tempo: se tanto mi dà tanto, le tesi “complottiste”, alla Orwell, non reggono alla prova dei fatti. Là dove si prendono decisioni importanti, non ci sono sempiterni vecchietti cattivissimi o cinici manager, dagli occhi di ghiaccio e completamente disumani, che tutto vedono, che tutto sanno, che tutto controllano e che tirano le fila dei burattini per i loro inconfessabili e segretissimi progetti di conquista del mondo.

Ci sono, al contrario, persone normali, per quanto nelle loro mani sia accentrato un potere decisionale enorme.

Poiché persone umane come noi (ehm, a parte l’investitura divina, i possedimenti, il potere e lo stipendio), può benissimo accadere che sfuggano loro molti particolari (che poi si riveleranno, a distanza di tempo, decisivi). Che si debbano, loro malgrado, fidare di alcuni amici o amici degli amici o, ancora, di certi consigli “professionali”, spesso più interessati che interessanti. Che in tempi stretti debbano magari decidere se fare o non fare quella tal cosa, magari ragionandoci e riflettendoci sopra insonni alle tre di notte, oppure mentre pedalano sudati e affaticati su qualche stradina di montagna, tra una spaghettata e un tramezzino all’astice, o in quegli unici dieci minuti di totale libertà e relax che si hanno solo a cavalcioni di una tazza da bagno.

E come accade nella vita di noi comuni mortali, spesso il Caso la fa da padrone.

In effetti, pare che le potenti “macchine operative e di controllo” delle nostre banche, composte da migliaia di dipendenti nonché da dirigenti capi, responsabili, vice responsabili, aiuti responsabili, segretari, vice segretari, analisti, consulenti, revisori e così via, organizzati in strutture molto articolate e iperspecializzate, in grado di sfornare senza soluzione di continuità centinaia di report giornalieri, dotati degli ultimi ritrovati tecnologici e informatici che li tengono collegati e connessi real time e h24 all’intero globo terracqueo, non siano in grado (o non viene loro richiesto) di indirizzare e supportare, razionalmente e in modo efficace, le scelte che precedono le grandi operazioni di acquisizione di Gruppi bancari, di cui ci parla l’autore nel suo affascinante e scioccante racconto.

Mangiare o essere mangiati

La sofistica e anglosassone strategia di fondo, nel sistema bancario (e non solo), che guida gli uomini soli al comando, sembra essere una sola: mangiare o essere mangiati.

Le competenze possedute dai grandi banchieri (che giustificano il potere decisionale solitario e il lauto compenso) sono, se proprio vogliamo, le stesse o molto simili a quelle dei grandi imprenditori del Novecento: velocità di esecuzione, coraggio, determinazione, intuito, etica del lavoro, le giuste conoscenze e… finanziamenti adeguati.

Queste doti “manageriali”, nei tempi che furono (all’epoca della modernità), erano giocate in un ambiente relativamente stabile, cementato dalla presenza di molte istituzioni centenarie (che avresti giurato risalire all’epoca dell’impero romano d’occidente), all’interno di un’arena domestica e conosciuta blandamente competitiva (se non collusa), scarsamente interrelata con il resto del mondo. Ben protetta dal potere politico e anche mafioso (che a volte è meglio), a bassa complessità; con un orizzonte temporale di lungo periodo.

I “salti in avanti”, le operazioni innovative, gli “azzardi” strategici (sempre ben ponderati) erano supportati dalla crescita tecno-scientifica che permetteva di aumentare in modo smisurato e più efficiente le ampliate capacità di controllo, previsione e pianificazione che la nuova situazione richiedeva.

Poi, accade d’improvviso che l’universo mondo cambi, mentre le succitate capacità manageriali dei vertici, degli uomini soli al comando, restano sostanzialmente le stesse.

Nulla che possa in qualche modo risultare adeguato a fronteggiare i rischi crescenti innescati dal cambio di paradigma della nostra società post moderna, tra cui ricordiamo brevemente:

  1. Complessità e Globalizzazione, perciò retroazioni imprevedibili, “effetto farfalla”, “loop ricorsivi ”, teoria del caos (tutto è collegato con tutto e gli effetti sono imprevedibili per definizione, essendo spesso circolari e non lineari);
  2. Incertezza e Frammentazione, dunque cambiamento dell’orizzonte temporale di riferimento (dal futuro a un eterno presente), perdita di senso (e della Realtà), insicurezza crescente (la Vita è una lotteria);
  3. Individualismo e Consumismo, quindi percezione dell’esistenza come una gara a eliminazione diretta (solo uno rimarrà nella “casa”), ogni concorrente corre da solo e le alleanze devono essere provvisorie e funzionali unicamente alla propria sopravvivenza (pronti a cambiare prima che gli altri lo facciano prima di te, fregandoti);
  4. Contraddizioni del Progresso Tecnologico e Scientifico: la risposta ai rischi crescenti innescati dal progresso tecno-scientifico sono affrontati con altre innovative soluzioni tecniche e nuove scoperte scientifiche (le stesse che hanno introdotto i rischi ai quali si cerca una risposta) che introducono nuovi e diversi rischi, sempre più complessi e ingestibili. Il rimedio al problema diventa il nuovo problema.

Innocenzi pare, alla fine, maturare una certa consapevolezza di ciò laddove, intervistato dopo l’uscita del suo libro, afferma che “Quello del banchiere, purtroppo, è un mestiere così difficile per il quale chiunque è inadeguato e chi non pensa di esserlo merita forse di fare un giro dallo psicanalista“.

In realtà, tale inadeguatezza non ha a che fare con la difficoltà insita nel mestiere del banchiere (che, in fondo, è relativamente semplice nei suoi contenuti “tecnici”) quanto, piuttosto, con le condizioni al contorno: mondo, società, individuo.

Per questa ragione, risultano del tutto inadeguati i capi di Stato e i politici tutti, i capi degli organismi sovrannazionali (FMI, BCE, OCSE, Commissione europea e compagnia cantante), i capi delle grandi aziende domestiche (se la cavano meglio solo i CEO delle grandi multinazionali e i gestori di Fondi globali con disponibilità finanziarie smisurate e, soprattutto, extraterritoriali), i capi dei sindacati o dell’ABI. Insomma, quasi tutti i capi in generale.

Non solo. Completamente inadeguati sono anche gli individui nella loro generalità, sempre più lasciati da soli a risolvere contraddizioni sistemiche e globali con le loro risorse personali del tutto insufficienti e inadatte. Per non dire delle istituzioni sociali e statali in rapido smantellamento.

Il mondo intero, caro Innocenzi, merita “un giro dallo psicanalista“.

Il mestiere del banchiere in Italia

Chiarito il contesto generale e tornando al mestiere del banchiere italiano, possiamo notare che, in un’epoca per molti aspetti del tutto inedita rispetto al passato, il nostro capitalismo di relazione mostra tutte le sue carenze. A bordo, da tempo, hanno iniziato a salire i “furbetti” (del “quartierino” o meno), quelli più lesti ad adeguarsi ai tempi nuovi, che hanno capito prima di altri lo Zeitgeist.

E ciò, nonostante la quasi totalità del tempo di lavoro di un amministratore delegato (che può arrivare tranquillamente alle diciotto/venti ore inclusi i festivi) sia spesa proprio e quasi esclusivamente in “relazioni”: dagli incontri istituzionali alle conference con gli analisti, dai road show con gli investitori alle riunioni dei consigli d’amministrazione, dalle presenze nei vari comitati alle interviste con la stampa, dai “punti della situazione” con i manager della prima linea a quelli con i consulenti, dai comunicati alla Consob ai rapporti con Bankit e BCE eccetera, eccetera, sempre in giro per l’Italia e per il mondo.

Così, anche il vecchio e collaudato meccanismo di cooptazione nell’élite dei “numeri uno” non è più sufficiente per mettersi al riparo da brutte sorprese.

Innocenzi pare non avere una ricetta universale che retroattivamente avrebbe potuto evitare i guai e gli scandali accaduti. Ne fa una questione autobiografica: sfortuna vuole che sia inciampato in un maramaldo come Faenza e che non se ne sia accorto in tempo.

Da qui il sottotitolo del libro (che, ripeto, è da leggere): “Esiste un banchiere per bene?” 

L’autore, infatti, ci dice che: “… essere un banchiere per bene non basta per essere un buon banchiere, ma è un requisito necessario”. Quasi che il problema, in sintonia con la propria esperienza personale, fosse nella “morale” (o “etica”) dei cooptati.

Ma è veramente così?

I Faenza, i Fiorani, i Consoli, gli Zonin, i Bianconi, i Bronchi, i Boschi, i Rosi, i Mussari, i Vigna, i Baldassarri ma anche i vertici di Volkswagen, di quasi tutte le principali banche europee e americane per la manipolazione dei tassi e dei cambi, e l’elenco dei vertici implicati negli “scandali” (non avrebbe nulla da invidiare, per dimensione, all’elenco telefonico di New York) soffrono tutti di un deficit di per-benismo, inteso nel senso nobile e non come atteggiamento ipocrita e conformistico?

O forse, non dovremmo parlare di eccezioni ma di un comportamento razionale, cioè adeguato alle regole del gioco, un “game over”, tra l’altro molto più grande dei protagonisti sopra citati?

Detto in altri termini, l’essere “perbene”, oggi, al di là di chi lo simula per mestiere o per opportunismo, è semplicemente una stravaganza d’altri tempi, del tutto irrazionale? Un lusso, che ti puoi permettere solo se sei “fuori dal giro” o se sei inattaccabile. Se, in altri termini, non stai gareggiando?

Oppure, come mi sembra di percepire dalle parole sincere di Innocenzi e dal malessere autentico che traspare dalla sua esperienza, il perbenismo autentico rivendicato dal nostro autore altro non è, come direbbe Bauman, che “l’ostinazione del soggetto umano che resistite valorosamente ai ripetuti sforzi di reificarlo”?

Renderlo cioè una merce?

In effetti, la resistenza del soggetto-oggetto di cui sopra alla sua assimilazione allo status di merce inesorabilmente deperibile, è percepita, dal soggetto stesso, proprio come inadeguatezza.

La legge del mercato-società (i due termini sono sinonimi) come risolve il problema di una merce difettosa, inadeguata o obsoleta? Semplice, con il cambio merce. Sostituendo cioè il soggetto-oggetto inadeguato (il vecchio amministratore delegato) con un soggetto-oggetto “nuovo” e “migliore” (il nuovo amministratore delegato). Per quanto, come accade con milioni di altre merci, la “vecchia merce” è ancora perfettamente funzionante ed è immolata alla discarica metafisica per logiche incomprensibili solo trent’anni fa.

Ciò è, infatti, uno dei princìpi del nuovo ordine sociale (e di mercato: il che è la stessa cosa) e ognuno, più o meno consciamente, lo percepisce e sperimenta l’ansia esistenziale della competizione per rimanere “a galla”, per non risultare inadeguati, poco flessibili, poco rapidi, poco inclini al cambiamento, legati ad alleanze non più funzionali e dunque perdenti. Per chi non ce la fa c’è un unico verdetto (a tutti i livelli): l’esclusione sociale (e dal mercato, il che è la stessa cosa).

Naturalmente, questa lotta è una pia illusione: è garantito che entro poco tempo ognuno finirà fatalmente per risultare obsoleto (da qui, l’ossessione quotidiana di reinventarsi, di acquisire continuamente un’identità “nuova”, di prendere le distanze da quanto fatto fino ad allora, fino a disconoscere se stessi).

Lo stesso Innocenzi, quando ci racconta dei suoi scrupoli (percepire i bonus che legittimamente gli spettano nonostante i danni provocati da Italease, o la presunzione d’innocenza che, in mancanza di fatti e di prove concrete, egli mantiene nei confronti di Faenza), da persona per bene, ci dice come tutti coloro i quali gli sono professionalmente vicino (invero pochi, privilegio del rango) gli diano del “matto”, di colui che non si comporta come gli altri, di quello che non si conforma alla “morale” imperante (e coloro che lo consigliano sono, indubbiamente e a detta dello stesso autore, a loro volta, delle persone per bene).

Per dirla alla Giddens, “nella ‘relazione pura’ i rapporti umani (senza i quali non avrebbe alcun senso parlare di comportamenti per-bene) sono adiaforici”.

Dunque, sciogliere un rapporto umano (e/o professionale) deve essere inteso come qualcosa di indifferente, neutrale: non richiede una responsabilità reciproca.

Una relazione buona e durevole (oltre ad essere irrazionale perché potrebbe diventare molto presto un vincolo o un ostacolo) è antiquata rispetto ai desideri della nostra società, per la quale il massimo è, oggi, il puro godimento senza possesso e senza impegno.

Possedere (sia nella sua variante di ‘Essere’ che in quella di ‘Avere’, entrambe le variabili identificano la medesima condizione: l’essere legati a delle ‘cose’ o a delle ‘persone’) significa, infatti, doversi poi fare carico della gestione costosa e dispendiosa della spazzatura e dello smaltimento del soggetto-oggetto posseduto una volta che non sia più utile o, in ogni caso, qualora possa e debba essere sostituito da qualcosa di più nuovo e migliore.

Insomma, Innocenzi (il Buono) e Faenza (il Cattivo) si sono trovati metaforicamente (ma non troppo) insieme nella casa del “Grande Fratello” e nel confessionale si sono dimostrati per quello che sono: il primo una persona per bene, il secondo un avventuriero spregiudicato

La morale della storia, però, ci dice che dalla “casa” sono usciti entrambi.

Faenza, pur giocando e rispettando le regole del gioco (facendo cioè di tutto, come socialmente ci si aspettava, per buttar fuori gli altri e non essere lui l’escluso) è stato “fatto fuori” perché non gli si è perdonato di non essere stato abbastanza furbo per non farsi beccare o (in subordine) di non aver avuto nel cassetto qualche carta nascosta (una conoscenza importante o qualche ricatto) che gli permettesse di sfangarla.

Innocenzi, del pari, è stato “fatto fuori” perché non gli si è perdonato di essere stato coerente e dunque reticente nel giocare secondo le attuali regole (che invece prevedono di ripartire “dal via” a ogni nuova partita) e (in subordine) di non essere stato abbastanza scaltro per rimuovere Faenza prima che quest’ultimo eliminasse lui.

Comunque, una cosa l’ho capita: che le regole della società-mercato valgono “democraticamente” per chiunque, sia esso un grande banchiere o un pesce più piccolo.

Ciò che cambia è il prezzo ma i meccanismi della compravendita, della competizione e lo status di merce sostituibile sono, oramai, gli stessi per tutti.

APPENDICE

Il meccanismo della truffa: un’ipotesi (ma non troppo)

Dietro una quotidianità apparentemente normale, sono sempre di più gli individui che non si sentono tutelati, con addosso un’insicurezza strisciante sul futuro e la paura di perdere tutto o molto di quello che hanno.

Il senso d’impotenza è in aumento e pare non esserci via d’uscita: nessuno si fida più di nessuno.

L’unica risposta plausibile, per quanto oggettivamente improbabile, sembra quella di avere, di procurarsi, una gran quantità di soldi, molti soldi, con cui fronteggiare un domani oltremodo incerto.

Il “Gratta e Vinci” diventa un’opzione, se pur altamente aleatoria (come la nuova società), del tutto ragionevole per ogni famiglia che si voglia proteggere dalla sorte avversa.

La capacità di cogliere al volo un’opportunità fuggevole è uno dei principali fattori dell’importanza e del prestigio sociale” (Bauman).

Insomma, una strategia Hit & Run (prendi i soldi e scappa) diventa moralmente invidiabile a fronte di rischi sempre più grandi, sempre più complessi, sempre più ingestibili.

Lo scandalo Italease, che non ha nulla di eccezionale (pensiamo alla corruzione endemica nella pubblica amministrazione), anzi, ha il sapore insipido dell’ordinario, assume un senso corretto solo in tale contesto generale.

Il meccanismo della truffa è abbastanza semplice.

Le cose potrebbero essere andate pressappoco così: al cliente veniva proposto un normale contratto di leasing con abbinato un derivato sui tassi d’interesse. Questo di tipo di contratto nasce come strumento per permettere ad un soggetto di coprirsi contro il rischio di un rialzo inatteso dei tassi d’interesse (dall’altra parte del contratto bilaterale c’è un altro soggetto, in genere una banca, che si assume questo rischio, avendo gli strumenti adeguati per la sua gestione).

Come semplice esempio, supponiamo di incassare per dieci anni un affitto pari al 5% del valore dell’immobile (cifra che rimarrà fissa per tutta la durata del contratto) e, contestualmente, di dover pagare a una banca il mutuo decennale per l’acquisto dell’immobile affittato.

Supponiamo che gli interessi sul mutuo siano legati, di trimestre in trimestre, al tasso d’interesse che di volta in volta verrà rilevato sul mercato (di solito si “aggancia” il mutuo a un parametro variabile come il tasso Euribor a tre mesi).

Se nel corso del tempo il tasso d’interesse sul mutuo sale sopra il 5%, io avrò un esborso maggiore rispetto a quanto incassato dall’affitto sull’immobile (se i i tassi invece sono sotto il 5%, avrò una differenza positiva tra quanto incassato e quanto debbo pagare alla banca).

Se non voglio sorprese e voglio evitare che un rialzo consistente dei tassi d’interesse sul mercato mi esponga a esborsi maggiori rispetto alla situazione di partenza, posso stipulare un contratto di Interest Rate Swap (IRS).

In tale contratto, io m’impegno a pagare per dieci anni, trimestralmente, un 5% fisso (che corrisponde all’entrata derivante dall’affitto) alla controparte del derivato OTC e quest’ultima s’impegna alle stesse scadenze a pagarmi il tasso d’interesse registrato sul mercato alle date di regolamento (sceglierò il tasso Euribor a 3 mesi, lo stesso che pago sul mutuo).

Se, nel corso del tempo, l’Euribor andasse al 10%, mi troverei a riscuotere il 5% dall’affitto, pagare il 5% sul derivato, incassare il 10% sul derivato e pagare il 10% sul mutuo, il risultato netto sarebbe zero.

Naturalmente, questo risultato si avrebbe anche se il tasso di mercato andasse all’1%, incasserei il 5% sull’affitto, pagherei il 5 % sull’IRS, incasserei l’1% sull’IRS e pagherei l’1% sul mutuo.

Il derivato, dunque, in sé, non ha nulla di diabolico, avendo finalità simili a quelle di una polizza assicurativa: mi proteggo contro la possibilità che i tassi salgano oltre un certo livello. Lo stesso posso fare con i cambi, o con i prezzi di altre merci.

Faenza (o chi per lui) a questo punto ha un’idea: inserire all’interno del contratto di IRS delle opzioni di tasso (dette CAP). Non una sola, ma tante (una strip di cap o caplets) e a partenza differita (forward start).

Così, ad esempio, un contratto di leasing dalla durata di dieci anni era abbinato a un semplice (plain vanilla) derivato sui tassi d’interesse ma a partire dal secondo anno di contratto entrava in funzione un’opzione di tasso, dalla durata di tre mesi, scaduta la quale vi era un’altra opzione di tasso, per altri tre mesi, e poi la successiva fino alla fine del contratto (fatti i conti: 32 opzioni per 8 anni!).

Un’opzione di tasso prevede di fissare un certo livello o soglia del tasso d’interesse, diciamo il 5% (detto strike) e se alla data futura stabilita il tasso di mercato (il nostro Euribor a tre mesi) risultasse superiore allo strike, allora il venditore dell’opzione pagherebbe al compratore la differenza tra il tasso di mercato e lo strike (se l’Euribor a tre mesi risultasse pari al 7%, per esempio, il venditore pagherebbe la differenza tra il 7% e il 5%, cioè il 2%).

Faenza (o chi per lui) ha anche l’idea di inserire tra le pieghe dell’IRS delle opzioni di tasso, dei caplets, un po’ particolari: i cosiddetti Memory o Cumulative CAP.

Queste opzioni di tasso hanno una particolarità: conservano memoria di quanto accaduto e il venditore si potrebbe trovare a dover pagare il 2% del nostro esempio non solo una volta, ma per tutti i trimestri che mancano alla scadenza dell’IRS (nel caso tale evento si verificasse alla scadenza della prima opzione di tasso dopo due anni, il 2% andrebbe corrisposto per 32 volte!).

Ciò vale anche per la seconda opzione di tasso, e per tutte le altre a seguire. Dunque, gli eventuali pagamenti si sommerebbero tra loro e si accumulerebbero per tutti i trimestri successivi.

Una struttura finanziaria di questo tipo, un Interest Rate Swap con “in pancia” (impliciti) dei cumulative CAP, è chiamata in gergo snow ball proprio perché la semplice “palla di neve”, se per disgrazia inizia a rotolare giù per un pendio, può trasformarsi in una… valanga. Se il livello dei tassi si alza sopra gli strike fissati nei CAP, gli esborsi sommandosi fanno crescere in modo esponenziale la cifra totale che il venditore delle opzioni deve al compratore delle stesse (in altri termini, ho “costruito” un contratto a leva).

In questo tipo di contratto (definito un derivato “esotico”) la finalità di copertura del semplice swap di tasso iniziale va a farsi friggere e il derivato assume una forma strutturata altamente speculativa (passiamo dalla similitudine con una polizza assicurativa a quella con una scommessa sulle corse dei cavalli).

Ora, il venditore dei CAP, a fronte del grande rischio che la scommessa sull’andamento futuro dei tassi possa andare male, si fa pagare pronta cassa un premio (se i tassi non si alzeranno, il venditore incasserà il premio e non pagherà nulla al compratore, il quale perde i soldi della scommessa).

La truffa ideata da Faenza e i suoi sodali prevedeva che il cliente fosse il venditore delle opzioni di tasso, e dunque colui il quale aveva diritto a ricevere il premio per il rischio che si stava assumendo (consciamente o inconsciamente).

La banda di affaristi, poi, per non far risultare nei libri contabili di Italease tali posizioni speculative, vendeva a sua volta l’identica struttura di CAP ad un’altra banca straniera specializzata in queste operazioni altamente speculative (le solite banche d’affari americane, ma anche colossi europei come Deutsche Bank).

In tal modo, Italease risultava non avere posizioni aperte: era compratrice dalla clientela di CAP per, poniamo, 1 miliardo, e venditrice degli stessi tipi di CAP a banche straniere esattamente per un miliardo (apparentemente la banca era senza rischio, o per lo meno, senza rischi di mercato). Restava aperto, però, il rischio di controparte… che i clienti cioè non fossero in grado di pagare le cifre enormi che si sarebbero generate dall’andamento sfavorevole della scommessa sui tassi).

Così, Italease incassava il premio delle opzioni dal mercato (le banche a cui vendeva i CAP) e, tolta la sua fetta di guadagno, aveva dei soldi da girare al cliente per la sua vendita, consapevole o meno, delle stesse opzioni.

Quindi, immaginando una vendita tipo, si potevano attuare due approcci:

1- Un cliente vuole stipulare un contratto di leasing per l’acquisto di un macchinario dal valore di dieci milioni di euro. Varie banche propongono il finanziamento, al costo, poniamo, del 4%; interessi che il cliente paga mensilmente sulle rate del leasing per, diciamo, dieci anni.

Italease, chiama una banca d’affari americana e si fa quotare una strip di Memory CAP a partire dal secondo anno, da inserire su un contratto di IRS.

La banca americana è disposta a pagare 600.000 euro per entrare nel contratto e comprare le opzioni di tasso implicite nell’IRS.

Il venditore di Italease a questo punto può andare dal cliente e offrigli un “pacchetto” (leasing, più derivato, più opzioni) che prevede che la banca gli dia subito (up front, come si dice) 400.000 euro.

Il cliente strabuzza gli occhi: questi non solo mi fanno il leasing ma mi danno anche dei soldi in più, un regalo che non devo restituire!

Il cliente chiede dove stia l’imbroglio ma il commerciale di Italease lo rassicura dicendogli che questi CAP (?) anzi questa strip (?) ha uno strike (?) che data la curva dei tassi (?) non verranno mai esercitati (?) e che dunque non si deve preoccupare: si tratta solo di ingegneria finanziaria per favorire i clienti come lui (!).

Oppure,

2- Al cliente non si paga nulla (come premio per la sua vendita di opzioni su tasso) pronta cassa ma si offre un “pacchetto” nel quale, grazie al meccanismo fichissimo studiato apposta per lui, il tasso del leasing è solo l’1% e non il 4% come propongono le altre banche.

Il cliente a quel punto pensa che quei ladri della sua banca di prossimità (dove, prima di lui, aveva avuto il conto il papà e, prima ancora, il nonno) gli facevano pagare molto di più per una cosa che si poteva avere a molto meno (ladri!).

A latere, poi, di questi possibili approcci, è emerso anche che in alcuni casi ci si poteva mettere d’accordo direttamente con alcuni clienti compiacenti, i quali intascavano l’up front sul derivato e si spartivano il malloppo con il resto della banda (alcuni dirigenti della banca e alcuni “procacciatori d’affari” che agganciavano immobiliaristi o società romane compiacenti).

In quest’ultimo caso, quando il contratto iniziava a produrre flussi di pagamento molto negativi per il finto “cliente”, la banca provvedeva a chiudere il derivato (con le opzioni implicite) anzitempo, addebitandone il costo di chiusura (il mark to market) alla banca stessa.

Comunque sia andata, ciò che mi preme sottolineare è che tali comportamenti, sia nell’ipotesi 1, 2 e 3, hanno trovato terreno fertile (e lo trovano tutt’ora) nella morale delle migliaia di persone che hanno considerato, in un certo senso, naturale imboccare la via più facile e ricca di gadget che gli era stata presentata con tutti i crismi dell’offerta pubblicitaria irresistibile. Per quanto ingannevole.

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Robin Hood

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