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L’economia oggi, senza un centro di gravità permanente

Mondo
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

I princìpi economici sono finiti nel tritacarne della globalizzazione. Siamo nel postmoderno, dove tutto è frammentato e, insieme, interrelato. Siamo nel “dopo” ma non ancora in qualcosa che sia “altro”. Ci salva l’ironia. E la mancanza di memoria.

Non è l’economia di una volta. I principi economici, in altre epoche saldi e coerenti, sono finiti nel tritacarne della globalizzazione e del postmoderno. Ma cos’è ‘sta globalizzazione, cos’è ‘sto postmoderno? La prima, azzardo, potrebbe significare che non hai la più pallida idea di cosa stai mangiando, per dire, o da dove vengano le cose che compri e che usi. Per non parlare dei luoghi esotici dove finiscono i tuoi soldi.

L’unità frammentata

Filosoficamente potremmo parlare di frammentarietà. La percepita unità delle cose è solo apparente. A partire da ogni singolo oggetto: frantumabile in mille parti, ognuna delle quali ha una genesi tutta sua. Così, per un infinitesimo il rame è estratto in Africa, il lavoro è in parte cinese in parte coreano in parte americano, il capitale è arabo, il manager tedesco, le idee sono sviluppate a Londra, la licenza di vendita è italiana, la sede legale olandese. E i profitti finiscono, inutile dirlo, alle Isole Cayman.

Per un altro spicchio la storia è completamente diversa: un quadro incerto e provvisorio, flagellato dai marosi del cambiamento. Così uno sciopero dei minatori africani può modificare la nazionalità del nobile metallo, uno scossone della borsa di Singapore può spingere il capitale arabo verso altri lidi, un disastro ambientale che provoca l’innalzamento dei tassi d’interesse può favorire la fantasia e le idee di qualche giapponese, il tracollo del prezzo della soia potrebbe far vacillare lo stipendio dei cinesi.

Insomma, il postmoderno starebbe per qualcosa che viene dopo (“post” appunto: un tempo strano che segue un’epoca andata) il moderno, dove le ideologie si facevano totalitarismo, dove dovevi vedertela con dei valori da annichilire, con fatica. Era ancora un periodo di miti, fra tutti il progresso scientifico tecnologico e di certezze. Ecco, ora siamo nel dopo ma non ancora in qualcosa che sia altro.     

Dove prima vi era una trama e un ordito, dove prima c’era ordine e unità, oggi tutto si è fatto discontinuo, interrotto, fluido, molteplice e indeterminato. Così la democrazia si è fatta liquida, la coscienza pappetta, la massa solitudine, la scienza incerta, l’etica falsa, la politica inutile. E l’economia?

L’ironia che allevia l’inquietudine della complessità

Anch’essa, come tutto e tutti, in questo mondo a pezzi ha perduto il suo nucleo fisso, il suo centro di gravità permanente, la sua parte eterna. Anche lei, poverina, deve fare i conti con l’impossibilità, in questo tempo di mezzo, di concepire delle visioni globali e univoche. Ne sanno qualcosa i greci e il loro leader Tsipras. Ciò che resta, ciò che si erge e giganteggia sopra questo mare magnum (questo labirinto, come direbbero Borges ed Eco) e colora il tutto, è l’ironia. E non potrebbe essere altrimenti. L’ironia, infatti, nasce dall’assoluta discrepanza tra ciò che uno vede e ciò che uno sente (incluso il tono). 

Limitandoci al campo economico, potremmo citare molti esempi ilari. Così si parla di un’economia più etica e si vede crescere il divario tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Così si parla di una maggiore responsabilità solidale e si vede il tasso di rendita sul capitale più alto del tasso di remunerazione dei redditi. Così si parla della caduta dei prezzi delle materie prime, a causa dell’eccesso della loro offerta (ergo, abbondanza) e si vede la scomparsa, intorno a noi, delle risorse naturali. Così si parla di abbassare il costo del denaro per favorire la ripresa e si vede l’aumento della disoccupazione. Così si parla dell’urgenza di bisogni primari per molti uomini e se ne vedono altrettanti persi dietro i loro infiniti desideri. Eccetera, eccetera.

Una caratteristica della globalizzazione e del postmoderno è la complessità del loro portato. Ci vorrebbero un impegno e una dedizione per sciogliere questi nodi, impensabili con il nuovo dettato sociale: stare in centoquaranta caratteri. In fondo, l’unica accortezza, oggi, per non sentirsi in difetto consiste nell’avere un lavoro, un’occupazione e tanto basta.

Nessuno si spaventi, però. Per fortuna tutte queste apparenti antinomie non ci gettano nella disperazione e nello sconforto più totali (neppure i lavoratori senza lavoro). Il Fato benevolo ha voluto che se, da un lato, l’Ironia ha permeato la nostra esistenza, dall’altro la Memoria ci ha opportunamente abbandonato. In definitiva, grazie a questa strana coincidenza, potremmo anche continuare a sorridere in eterno. 

Assomigliamo sempre più a degli ebeti felici. E non ci ricordiamo più il perché.

 

* Ispirato e tratto da “Postmoderno fra frammentarietà e urgenza etica” di Clemente Sparaco 

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.