Economia e Finanza

Banche in Borsa, tra crisi, fusioni e aumenti di capitale

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Paolo Funassi
Scritto da Paolo Funassi

Le banche italiane quotate a Piazza Affari perdono valore da quasi 10 anni. L’ inversione di tendenza sembra ancora lontana.

Dopo anni di distruzione di valore e numerosi aumenti di capitale, il settore bancario italiano nel 2015 sembrava essersi stabilizzato. Le quotazioni in borsa degli istituti di credito, infatti, erano tornati a salire.

 

Da inizio 2016 lo scenario è tornato plumbeo. Le vendite sono iniziate qualche mese fa, sull’onda dei ribassi delle materie prime e dei conseguenti riposizionamenti di alcuni grandi investitori. Poi è arrivata l’incertezza sulla crescita globale, cui si sono sommate le norme del bail-in e quindi la rinnovata attenzione del mercato al problema delle sofferenze bancarie.

C’è anche un grosso problema di redditività, perché una parte rilevante delle attività delle banche non produce utili. Quindi gli investitori a medio-lungo termine preferiscono allocare i capitali in altri settori ed i titoli in borsa si ritrovano in preda alla speculazione, spesso al ribasso.

A tutti questi elementi propri del settore si aggiungono i problemi politici e legislativi. Con le nuove norme l’onere di una crisi bancaria va sopportato non più dal contribuente ma dal risparmiatore/investitore. Questo sta causando scossoni nei Paesi più fragili dell’eurozona, poiché manca la fiducia negli istituti.

L’eurozona, appunto. Il conflitto geopolitico che da anni lacera l’Europa ha fermato l’attuazione del progetto di unione bancaria e l’Italia deve sopportarne le conseguenze maggiori causa la mancanza di fiducia degli investitori.

Fiducia che in Italia scarseggia anche a causa del debito pubblico. Le banche italiane sono chiamate ad affrontare il problema dei crediti di difficile esigibilità, ma nel medio periodo dovranno vedersela con la propria sovraesposizione ai titoli di Stato italiani. Con un debito a 134% sul Pil, il rischio di un parziale default dell’Italia non è scongiurato. Se ciò si verificasse, gli istituti bancari subirebbero perdite enormi.

Piazza Affari e banche: c’è poca fiducia

A tutte queste difficoltà si aggiungono tassi bassissimi, che inducono gli analisti a tagliare le stime di utile per azione. Abbiamo dunque titoli bancari italiani a forte sconto, scambiati a 7 volte gli utili e a 0,3 il book value tangibile 2016. Apparentemente sarebbero a sconto ma non è proprio così, vista la possibilità di significative e ulteriori svalutazioni nei bilanci del settore. Bilanci che sono sempre sotto pressione e non godono di fiducia da parte degli investitori.

I prestiti lordi in sofferenza (Npl) in Italia ora sono pari a oltre 360 miliardi di euro, circa il 18% dei prestiti. Le banche sono alla prese con questi elevati livelli di sofferenze, che non forniscono alcun reddito e richiedono finanziamento. Si evince come sia necessaria una pulizia di bilancio per ritrovare la fiducia degli investitori nei bilanci delle banche. Ma affinché questo accada, serve uno stress test forte con una copertura di capitale credibile.

La conclusione è che fino a quando gli investitori non otterranno certezze sui bilanci, l’inversione dell’attuale sottoperformance in borsa resterà una pia speranza.

Piazza Affari e settore bancario: gli scenari futuri

Per risolvere le problematiche attuali e future, le banche più grandi stanno cercando di creare delle joint venture che consentano la cessione dei crediti dubbi. La diminuzione del costo del rischio sarebbe naturalmente molto positiva.

Lo scenario futuro potrebbe portare le banche più forti a “salvare” quelle più deboli. Unicredit si è già impegnata a sottoscrivere l’aumento di capitale della Banca Popolare di Vicenza, e Intesa Sanpaolo ha accettato di sottoscrivere l’aumento di capitale di Veneto Banca. Il comparto bancario è saturo e la fusione tra istituti sarà sempre più all’ordine del giorno. Con annessi effetti collaterali, inclusi alcuni dolorosi tagli di organico.

Attualmente è in corso la fusione tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano, che diverrà operativa entro dicembre 2016. Prima della fusione il Banco Popolare dovrà operare un aumento di capitale da 1 miliardo di euro, proprio come sono chiamate a fare in questo semestre anche Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Temo che gli aumenti di capitale per le nostre banche non siano finiti: in presenza di ulteriori scenari di crisi, la BCE richiederà al settore di irrobustirsi ulteriormente.

Tra crisi economica e crisi finanziaria

I titoli bancari a Piazza Affari hanno un’enorme volatilità. Attualmente a sostenere l’intero comparto è il progetto del governo che punta a varare una società-veicolo dotata dei capitali necessari a sottoscrivere l’eventuale inoptato derivante delle future ricapitalizzazioni,  facendosi carico delle sofferenze. Resta però l’incognita sulla dotazione di capitale.

La società-veicolo probabilmente avrà natura privatistica e la Cassa depositi e prestiti sarà coinvolta con il doppio ruolo di regista e azionista di minoranza. La garanzia del fondo garantirebbe il buon esito degli aumenti di capitale già annunciati, che comportano una richiesta complessiva di circa 4,5 miliardi di euro includendo le operazioni di alcune piccole banche. Con il fondo si ridurrebbe di molto il rischio sistemico.

Riteniamo però che qualsiasi misura assunta dal governo non basterà a mettere in totale sicurezza il settore: i due principali fattori di crisi sono la mancata crescita del Paese e l’alto debito pubblico che spaventa i mercati. A differenza del resto del mondo, con la finanza che ha provocato la crisi economica, in Italia appare fondata la teoria secondo cui è stata la crisi economica a determinare la crisi finanziaria dei nostri istituti bancari.

Info Autore

Paolo Funassi

Paolo Funassi

Presidente di società pubblica, è ex imprenditore ed ex collaboratore presso il Senato e il Consiglio Regionale della Lombardia. Hobby principale: arbitrare nei campionati di football americano, dopo essere stato per anni arbitro di calcio.