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Quel che resta della passerella di Christo: materiali plastici anni ’70 e strascichi ambientali

TheFloatingPiers
Maurizio Parrini
Scritto da Maurizio Parrini

Sulla passerella di Christo sul Lago d’Iseo si è scritto molto e, a volte, anche troppo ed a sproposito. Vorrei rimanere fuori da qualsiasi polemica e raccontare, a mente fredda, cosa sta accadendo in termini il più possibile concreti, fuori dalla logica delle tifoserie che vede contrapposti appassionati e detrattori.

Va riconosciuto che l’evento mediatico è riuscitissimo. Questo non può che far piacere, visto che a beneficiarne è la bellezza magica ed incontestabile del lago posto a confine delle Provincie di Bergamo e Brescia. Non può che far piacere, inoltre, che un personaggio della fama di Christo si sia interessato proprio a questi luoghi, e che gli enti e le amministrazioni locali non si siano lasciate sfuggire l’occasione, come invece accade troppo spesso.

Certo, rimarranno le disquisizioni nelle quali alcuni parlano di arte, altri di sagra paesana. Alla fine tutto questo porta alla disfida tra quelle che ho definito tifoserie e ad affermazioni del tipo che “comunque è emozionante camminare in mezzo al lago” e che “quel segno arancio”, un netto e forte segno grafico (ocra o arancio? Per me è arancio, ma Christo dice ocra… vabbè) “è assolutamente sorprendente e artistico”.

Tutto vero. Ma devo far notare (non per spostare verso una o l’altra tifoseria l’ago della bilancia, ma per motivi che poi si renderanno palesi) che le scelte materiche di Christo, i materiali plastici, erano inserite in uno storytelling contemporaneo negli anni settanta, all’inizio del suo operare. Oggi i materiali innovativi non sono più quelli, e ho avuto la sensazione di un’opera in qualche modo incompleta proprio perché orfana di quelle scelte materiche sorprendenti che avevano portato le installazioni di Christo alla ribalta.

C’è un inevitabile invecchiamento in tutti noi. Probabilmente anche il nostro artista, in qualche modo, si sente ormai appagato del proprio passato e non si è spinto oltre la propria materia standard. Non spetta certo a me dire se questo sia sintomatico di una decadenza della capacità creativa e narrativa dell’artista. Di fatto, i materiali utilizzati nell’opera sono il cemento armato (affondato come ancoraggio della passerella), cavi sintetici (che vanno dagli ancoraggi alle piattaforme) e le piattaforme in materiale plastico della famiglia dei polivinilici, come lo è anche il telo, arancio o ocra che sia.

Questo mi ha sorpreso: ben altro sarebbe stato il significato dell’opera se si fossero utilizzati materiali sostenibili, non inquinanti e magari locali, e qui l’artista avrebbe potuto sbizzarrirsi aprendo un’infinità di suggestioni. Peccato. Si sarebbe sviluppato un più profondo e “colto” rapporto con i luoghi e con l’ambiente, con le persone, con le tradizioni che potevano essere le piante palustri, le reti fatte a mano tipiche di Montisola, le stoffe che da secoli sono realizzate nelle valli circostanti, lasciando tale e quale l’effetto sorpresa, il segno forte e le sensazioni legate alla “passeggiata”.

Ma questo non è “il problema” centrale (a parte le troppe tonnellate di CO2 immesse in atmosfera che potevano essere evitate, il che comunque non è poco). Il problema centrale è che, prima di The Floating Piers, nei progetto di Christo c’è sempre stato l’estremo rispetto dei monumenti e dei luoghi, che al termine dell’evento sono regolarmente stati “liberati” e riportati a com’erano prima dell’intervento. Il progetto del Lago d’Iseo sembrava in linea con quest’orientamento, tanto che gran parte della comunità locale si era lasciata abbandonare, a cuor leggero, alla piacevolezza dell’opera.

Ora che si scopre che rimuovendo gli ancoraggi cementizi dal fondo del lago si potrebbero creare grossi danni, il registro ed il timbro cambiano radicalmente. Allora, sfatiamo alcuni miti.

Non è vero che Christo non accetta sponsorizzazioni e non vende i disegni: non vende cartoline e similari, non accetta sponsor che possano determinare le scelte artistiche, ma i disegni originali dell’opera sono stati venduti a peso d’oro. Non a caso la formula ha comportato 18 milioni di costi e 60 di ricavi, per un utile netto di 48 milioni di euro intascati dall’autore. Peraltro, nella mostra che parallelamente si svolge a Santa Giulia, curata da Celant, troviamo la collaborazione di Corriere della Sera, Almag Spa (della famiglia Gnutti) , Consorzio Franciacorta, Banca Generali Spa, Fondazione ASM, Terme di Sirmione, OMR Officine Meccaniche Rezzatesi.

Non è vero che Christo non accetta i volontari: non li accetta per la realizzazione dell’opera, ma per la fruizione il numero dei volontari che si sono resi disponibili è impressionante.

Non è vero che il Lago d’Iseo tornerà come prima: a fronte del problema degli inquinanti che giacciono sul fondale, onde evitare un disastro ambientale si chiede di lasciare sul posto i blocchi in cemento fatti affondare per ancorarvi la piattaforma galleggiante. In alternativa assisteremmo ad un probabile disastro ambientale.

Sul primo e il secondo mito, una volta fatta chiarezza, nessuna recriminazione. Sul terzo, invece si entra nel campo minato degli errori progettuali. Guardacaso, abbiamo sino ad ora sottolineato il distacco, se non il marcato disinteresse per l’ambiente da parte dell’artista. Ovvio che se in un progetto praticamente perfetto doveva esserci un errore, poteva essere solo nella parte già chiaramente trascurata, ovvero quella specificatamente relativa all’ambiente. E così è stato.

I residui inquinanti che nel corso degli anni si sono depositati sul fondo del lago hanno avviato il proprio degrado naturale. Gli inquinanti si stanno lentamente degradando (molto lentamente, visto che un sacchetto di plastica impiega dai 100 ai 1000 anni per degradarsi). In assenza di interventi di bonifica, è vero che rilasciano lentamente sostanze nocive ma in percentuali che in qualche modo riteniamo accettabili (secondo studi prevalentemente finanziati dalle aziende produttrici delle medesime sostanze).

Chiaro che, nel momento in cui tali sostanze venissero violentemente smosse, si potrebbe profilare reato ai sensi della Legge 68 del 22 maggio 2015: il reato di disastro ambientale, che prevede pene dai 5 ai 15 anni.

La legge è chiara: “Costituiscono disastro ambientale alternativamente:
1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;
2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;
3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a
pericolo.

Quando il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata”.

In questo caso avremmo la perfetta convergenza di fattori verso la definizione di danno ambientale (il cosiddetto ecoreato). Se Christo vuole evitare la pena, dovrà procedere alla bonifica del sito, o lasciare sul posto i cassoni (ovvero i blocchi di calcestruzzo).
Nella seconda ipotesi, Christo violerebbe la logica della propria arte, ma eviterebbe i costi elevatissimi di una bonifica (fermo restando che probabilmente violerebbe anche il contratto tra l’artista e gli enti preposti che gli hanno accordato la possibilità di realizzare il progetto).

Vedremo ora se l’artista è più legato ai propri utili o al mood della propria arte.

Info Autore

Maurizio Parrini

Maurizio Parrini

Architetto e designer, urbanista e creativo in missione per trovare il rapporto aureo che combini sostenibilità, innovazione, cultura e immagine, nel lavoro e nella vita. Costantemente alla ricerca di input e convinto che teoria della complessità e provocazioni banali siano potenzialmente ispiratrici di buone pratiche quotidiane. O forse no.