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Mail aziendale e messaggi privati: la sentenza CEDU

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Giulio Marchesi
Scritto da Giulio Marchesi

Una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo riconosce il diritto del datore di lavoro a controllare se i dipendenti rispettano il regolamento per l’utilizzo degli strumenti ICT.

Sta facendo molto discutere il commento alla sentenza Bărbulescu vs. Romania, ECHR 013 (2016) del 12.01.2016 (il cui testo è reperibile sul sito web della CEDU), con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha confermato il licenziamento di un dipendente per utilizzo personale di un account di Yahoo Messenger (i fatti sono del 2007!) creato dall’azienda per rispondere alle richieste dei clienti. Il dipendente era infatti un ingegnere addetto al settore vendite.

 

La sentenza precisa che il datore di lavoro aveva dato chiare disposizioni di non utilizzare gli strumenti ICT aziendali per scopi personali ma, nonostante questo, l’ing. Bărbulescu aveva utilizzato l’account per scambiare messaggiwith his brother and his fiancée relating to personal matters such as his health and sex life” (con suo fratello e la sua fidanzata in relazione a fatti personali come la sua salute o la sua vita sessuale).

Il dipendente ha impugnato il licenziamento intimato per giusta causa, invocando il diritto alla riservatezza della corrispondenza e, dopo aver perso in primo grado, ha sollevato l’eccezione di violazione dell’art. 8 della CEDU “Diritto al rispetto della vita privata e familiare: 1. Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.”

La CEDU, con una decisione assunta con sei voti favorevoli e uno contrario, quindi a maggioranza ampia, ha respinto il ricorso del dipendente licenziato, affermando che “The Court therefore concluded that the domestic courts had struck a fair balance between Mr Bărbulescu’s right to respect for his private life and correspondence under Article 8 and the interests of his employer. There had therefore been no violation of Article 8 of the European Convention.” (La Corte perciò ha concluso che i giudici nazionali hanno operato un corretto bilanciamento tra il diritto al rispetto della vita privata e della corrispondenza del sig. Bărbulescu di cui all’art. 8 e gli interessi del suo datore di lavoro. Perciò non c’è stata violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea).

La sentenza della CEDU non fa “precedente” vincolante per i giudici italiani, ma è certamente un’importante decisione su cui orientare le future deliberazioni.

In realtà, anche in Italia l’abuso dell’utilizzo degli strumenti ICT in azienda ha già dato luogo a decisioni analoghe: Cass. civ. Sez. lavoro, 11/08/2014, n. 17859 (rv. 632310) ha stabilito che “Qualora il codice disciplinare affisso nella bacheca aziendale vieti l’accesso alla rete internet e l’utilizzo della posta elettronica per scopi personali, è legittimo il licenziamento disciplinare del dipendente che, sul computer aziendale, abbia installato un programma di “file-sharing” ed uno per l’accesso alla email personale, effettuando il “download” di foto e filmati pornografici. (Rigetta, App. Brescia, 23/11/2010)”.

In entrambi i casi non è, come si potrebbe pensare, l’utilizzo dell’email a fini personali il motivo principale del licenziamento ma il fatto che, nonostante un espresso divieto disposto dal datore di lavoro ed adeguatamente pubblicizzato e portato a conoscenza del lavoratore, quest’ultimo abbia violato tale disposizione, facendo così venir meno il rapporto di fiducia che caratterizza imprescindibilmente il rapporto di lavoro. Né ha particolare rilievo la tenuità del  danno derivato al datore di lavoro.

Ecco perché trovo abbastanza superficiale e fazioso il commento di Beppe Severgnini sul Corriere.it (La mia vita (anche privata) su @corriere.it. E adesso? ) che, con tono critico e sarcastico nei confronti della sentenza, rivendica la comodità dell’utilizzo della sua casella di posta elettronica ed afferma “Qualcuno dirà: la mail aziendale la fornisce l’azienda e si usa solo per questioni aziendali! Sillogismo apparentemente corretto. Di fatto, un’assurdità. Anzi: l’avallo di un’aberrazione. Vuol dire considerare i lavoratori dei simpatici fetenti, pronti a usare il tempo e gli strumenti dell’azienda per farsi gli affari propri.

Mi dispiace perché in genere trovo Severgnini piuttosto obiettivo, razionale e documentato: non in questo caso.

Nessuno vuol considerare i lavoratori dei “simpatici fetenti”, ma neppure è accettabile dare ai datori di lavoro implicitamente dei simpatici fresconi. In fin dei conti il computer e la linea adsl la pagano loro e pagano pure il dipendente per lavorare, non per farsi gli affari propri! Occorre ricordare che al “diritto” di qualcuno corrisponde il “dovere” di qualcun altro. Forse se parlassimo anche dei doveri, oltre che dei diritti, sarebbe più educativo.

Ai datori di lavoro però dev’essere chiaro che il diritto a controllare l’utilizzo degli strumenti ICT va previsto e disciplinato da una chiara policy sull’uso aziendale di tali strumenti, adeguatamente portata a conoscenza del lavoratore e che limiti allo stretto necessario il controllo sulla corrispondenza.

 

(Immagine tratta da Flickr)

Info Autore

Giulio Marchesi

Giulio Marchesi

Avvocato in Bergamo, sposato con Gabriella, due figlie. Si occupa di diritto commerciale, tributario e della riscossione. Nata come passione, la sua conoscenza del diritto dell'informatica e dell'amministrazione digitale si è trasformata in continua ricerca e perfezionamento della materia. È referente della Commissione Informatica presso l'Ordine degli Avvocati di Bergamo.