Attualità Economia e Finanza Opinioni

La fine dell’Eurozona, una questione matematica

Eurozona
Giuseppe Cusmano
Scritto da Giuseppe Cusmano

Un recente articolo della “School of European Political Economy” della LUISS fa il punto sull’Eurozona: dopo otto anni di crisi, la stabilità dell’euro è ancora a rischio.

 

Non solo il crescente divario tra Paesi creditori (con significativi surplus nella bilancia commerciale e dei pagamenti, nonché di entrate fiscali) e Paesi debitori (alle prese con deficit di bilancio, domanda interna asfittica, crescita misurata a decimali, rapporto debito / PIL troppo elevato, competitività in declino e investimenti al palo) pare irreversibile, ma la stessa governance europea non sembra assolutamente in grado di invertire la rotta e di avviare un credibile percorso di sviluppo comunitario, basato sulla necessaria condivisione di misure economiche e politiche in grado di arrestare i rischi crescenti.

Emerge a malapena Draghi con il suo Quantitative Easing che, per inciso, non solo non ha prodotto finora gli effetti sperati (obiettivo inflazione al 2% e stimolo all’economia) ma rischia di aggiungere altri potenziali rischi a quelli già esistenti, dovuti alla creazione di una massa monetaria aggiuntiva che prima o poi andrà riassorbita, con tutte le conseguenze del caso.

Due pesi e due misure

Nei primi anni di crisi, la Germania impose ai Paesi deboli dell’Unione, sotto attacco speculativo, una serie di misure stringenti sui conti pubblici (riduzione del deficit, pareggio di bilancio come vincolo costituzionale, meccanismi vari di stabilità, aiuti finanziari in cambio di riforme, fiscal compact e compagnia cantando). Contemporaneamente, molti Stati dell’Unione, tra cui la stessa Germania, non esitarono a derogare ai vincoli comunitari per salvare i loro sistemi bancari (o grandi singole banche, secondo la formula: too big to fail) con approcci del tipo “due pesi e due misure”.

In seguito, con la ricaduta dell’Eurozona in una nuova fase di recessione e con l’avanzare dei movimenti antieuropeisti, la cancelliera teutonica attuava una strategia di disimpegno mirato, per non doversi assumere quella responsabilità che sarebbe stata la logica conseguenza di una chiara e trasparente leadership tedesca.

Da un lato, quindi, si pretese il rispetto dei patti in capo ad ogni singolo Paese (con l’onere per ciascun governo nazionale di trovare le adeguate misure economiche e fiscali per il rispetto dei trattati), dall’altro si demandò ai vertici dei Capi di Stato Europei (o dei ministri delle Finanze) il compito di cercare una qualche mediazione al fine di promettere una maggiore e futura solidarietà.

Il risultato schizofrenico di tale politica è stato quello di mettere la Commissione Europea in una condizione (psicologica/politica) simile al “doppio vincolo” o “doppio legame” (double bind), dovendo gestire una serie ininterrotta di situazioni contraddittorie. Per esempio, qualche Stato apre ai rifugiati, altri chiudono le frontiere ed erigono muri, derogando al trattato di Schengen, o ancora, la Grecia non vuole uscire dall’Euro ma la sua permanenza nell’Unione è condizionata al rispetto dei patti, la Gran Bretagna vuole uscire dall’Euro ma si concedono deroghe ai patti e regalie varie purché non lo faccia…

Così la Germania (e i Paesi, tempo per tempo, suoi alleati) non vuole condividere i rischi se prima i Paesi più rischiosi non li riducono: peccato che, in una vera Unione di Stati, il modo più naturale ed efficace per ridurli sia di mutualizzarli (cfr. USA).

Così i Paesi creditori non vogliono attuare politiche espansive e spendere le loro eccedenze di Bilancio (eccedenze che, per inciso, non sarebbero conformi alle norme comunitarie) se prima i Paesi debitori non riducono il loro debito. Pur se quest’ultimo calerebbe se nel caso in cui i Paesi che hanno un surplus commerciale e/o fiscale lo spendessero in modo mirato.

La Teoria dei Giochi e il Dilemma del Prigioniero

Voi mi direte, ma in tutto questo che c’entra la matematica? C’entra, c’entra… In particolare c’entra la ‘Teoria dei Giochi’.

Non a caso, un geniaccio di nome John Nash (portato sullo schermo da Russell Crowe nel film ‘A Beautiful Mind’) per il suo fondamentale contributo a tale teoria, vinse il premio Nobel per… l’Economia.

Ora, in modo certamente non formale e approssimativo ma (spero) intelligibile, vorrei provare a trasporre la situazione dell’Eurozona nel famoso “Dilemma del Prigioniero”, un classico esempio della Teoria dei Giochi che per l’occasione potremmo ribattezzare “il dilemma dei Capi di Stato Europei”.

Prendiamo la seguente versione del “gioco” succitato*.

“Due sospettati, A e B, sono arrestati dalla polizia. La polizia non ha prove sufficienti per trovare il colpevole e, dopo aver rinchiuso i due prigionieri in due celle diverse, interroga entrambi offrendo loro le seguenti prospettive: se uno confessa (C) e l’altro non confessa (NC) chi non ha confessato sconterà 10 anni di detenzione mentre l’altro sarà libero; se entrambi non confesseranno, allora la polizia li condannerà ad un solo anno di carcere; se, invece, confesseranno entrambi la pena da scontare sarà pari a 5 anni di carcere. Ogni prigioniero può riflettere sulla strategia da scegliere tra, appunto, confessare o non confessare. In ogni caso, nessuno dei due prigionieri potrà conoscere la scelta fatta dall’altro prigioniero.”

La prima cosa che impareremo da questa situazione, e che molti troveranno sconcertante, è che non sempre la scelta razionale è anche la migliore!

Infatti, date le condizioni del gioco, a ogni giocatore “conviene” senz’altro confessare, qualunque cosa deciderà di fare l’altro giocatore.

Mettiamoci nei panni di A.

Se io confessassi, B potrebbe fare due cose:
– o non confessa e si fa 10 anni di carcere,
– o confessa e ne fa 5 (la metà),
quindi a B, se io confessassi, converrebbe confessare.

Se invece io non confessassi, B avrebbe due alternative:
– o non confessa e si fa un anno di carcere,
– o confessa ed è libero subito,
dunque a B, se io non confessassi, converrebbe, anche in questo caso, confessare!

Se io so che per B è sempre “meglio” confessare, ho due possibilità:
– o non confesso e mi faccio 10 anni di carcere (perché B, che non è stupido, confesserà)
– o confesso anch’io e ne faccio la metà, 5 anni (perché B, che non è stupido, confesserà),
dunque la decisione più razionale per me è quella di confessare a mia volta!

Risultato, io e B confessiamo entrambi e ci facciamo 5 anni di carcere (crisi?) ciascuno (devo dire che tale conclusione mi ricorda molto il masochismo dell’Unione…)

Il tutto facendo la cosa più logica! In perfetto stile “Politica Europea”.

Secondo la Teoria dei Giochi, la scelta di confessare operata dai due prigionieri, alla luce del precedente ragionamento, è detta “strategia dominante”. Essa è infatti definita come la strategia “vincente” indipendentemente da ciò che fa l’avversario.

Tuttavia, questa strategia dominante è “pareto-inefficiente” perché, pur essendo quella razionale, non è la scelta la migliore (!).

In effetti, è del tutto evidente che la scelta più vantaggiosa, per entrambi, sarebbe quella di tenere la bocca chiusa e farsi un anno di carcere a testa: è sufficiente che entrambi si accordino preventivamente di “non confessare” nel caso siano presi con le mani nel sacco.

Dunque, gli Stati Europei, pardon, i due malviventi, dovrebbero fare due cose fondamentali: cooperare e fidarsi.

La prima delle due cose (cooperazione) si è materializzata, nel caso dell’Unione, nei trattati europei.

Certo, occorre anche dire che se io so che la scelta del mio “compagno in ruberie” (non dimentichiamoci che stiamo parlando di delinquenti e non di veri amici), sulla base degli accordi presi, sarà quella di “non confessare” una volta in guardina, qual è la cosa che veramente mi conviene di più?

Dunque, se anch’io rispetto i trattati (ehm, l’accordo malavitoso) e “non confesso”, mi attende un bell’annetto di carcere con il mio complice. Se invece io “confesso”, tradendo i patti nella convinzione che l’altro terrà la bocca chiusa nel rispetto dell’accordo, sarò libero subito (lui, invece si farà 10 anni di carcere).

C’è sempre, perciò, un bell’incentivo (razionale) a “tradire” la cooperazione. Per tale motivo, i Capi di Stato europei hanno pensato bene di introdurre delle “penalità” nel caso di mancato rispetto dei patti sottoscritti (le famose procedure di ‘infrazione’).

Per rendere più realistica la nostra similitudine, dobbiamo anche considerare che, nel caso dell’Eurozona, siamo di fronte a un “gioco” (e dunque a un dilemma) ripetuto nel tempo, dove le “partite / scelte” sono molte e non una sola (i nostri politici / criminali sono recidivi).

Ora, la ripetizione del gioco dovrebbe favorire la cooperazione e il rispetto degli accordi, perché i tradimenti metterebbero a repentaglio la cooperazione futura e i vantaggi di questa (1 anno di galera contro i 5 anni dell’ipotesi razionale – non cooperativa). In questo caso, la Teoria dei giochi ci parla delle cosiddette strategie del “dito sul grilletto” (vero, Germania?)

Uno Stato usa una strategia del “dito sul grilletto” se egli si comporta in modo cooperativo finché l’altro malvivente (ehm, l’altro Stato membro) fa altrettanto. Ma ad ogni defezione dell’altro giocatore, egli fa seguire un periodo di “punizione” in cui gioca in modo non cooperativo.

Strategie di questo tipo sono, ad esempio, la strategia “occhio per occhio” e quella “inflessibile” (vero, Germania?)

Le strategie vincenti del gioco ripetuto

Alcuni esperimenti su queste situazioni di “gioco ripetuto” hanno mostrato che le strategie vincenti hanno queste caratteristiche:
– non essere invidioso,
– non essere il primo a tradire gli accordi,
– ricambia la cooperazione ma anche il tradimento,
– non essere troppo furbo.

A questo punto, però, urge giustificare il fatto che nella realtà il rispetto degli accordi (per quanto pareto-ottimale) è spesso violato (a dispetto della teoria) e alcuni Stati Membri si comportano, spesso e volentieri, come il criminale che antepone il proprio vantaggio personale a quello di tutti.

Una prima considerazione è relativa al fatto che ogni Stato gioca una doppia partita: una interna (nazionale) e una europea.

Ora, non c’è dubbio che nelle nostre società occidentali la strategia “zero – dieci” (io libero subito, tu dieci anni di galera) sia quella dominante.

Il “tradimento” (o l’ingiustizia) è giustificato, nel sentire comune, dall’ingente guadagno che lo ispira e dal potere che lo esercita (solo l’inganno o il misfatto perpetrato da un qualunque signor nessuno e per pochi spiccioli non sarebbe perdonato dal popolo e dai suoi legali rappresentanti).

La strategia cooperativa “uno – uno” (io un anno di galera, tu un anno di galera) implica, come detto, una reciproca e ben riposta fiducia e lealtà.

Queste ultime, tuttavia, richiedono, per svilupparsi, determinate condizioni sociali e, dunque, politiche:
– un certo affidamento nel futuro (un orizzonte temporale prevedibile),
– legami solidi e a lungo termine,
– impegno e dipendenza reciproca.

L’esatto contrario di ciò che le persone sperimentano quotidianamente sulla propria pelle e che di continuo apprendono dai media: una società individualistica e insicura, dove la vita è un gioco ad eliminazione, nella quale le risposte alle paure sociali di esclusione sembrano consistere essenzialmente nella facilità di cambiamento e di disconnessione, dove colui che ti passa accanto potrebbe tranquillamente essere domani il tuo carnefice.

Dunque, qualunque condivisione e cooperazione in campo europeo (in ambito nazionale sarebbe semplicemente improponibile perché contro il “buon” senso), fondata sul dare fiducia e mantenere i propri impegni, richiede una spiegazione convincente da dare ai propri connazionali e al proprio elettorato: cosa ci guadagniamo? A chi stiamo tirando il pacco?

Una seconda considerazione riguarda la circostanza che il gioco “il dilemma dei Capi di Stato europei” è asimmetrico: gli anni di galera per le varie scelte (confesso, non confesso) non sono uguali per i diversi giocatori (se tutti cooperano e non confessano, la Germania e il Belgio si fanno un anno di galera, la Francia e l’Austria due, l’Italia e la Spagna cinque e il Portogallo otto, per dire).

Il combinato disposto di tale squilibrio nei guadagni (o pene) unito al calcolo utilitaristico di scelte europee nel breve periodo, può portare un singolo Stato Membro a giudicare razionalmente conveniente subire il tradimento di specifici partner europei.

Così una deroga dei Paesi forti ai patti comuni è vista benevolmente come una promessa di future deroghe per il proprio Paese, mentre il venir meno ai trattati da parte di un Paese periferico è punito in modo esemplare e intransigente, soprattutto dalle nazioni più deboli, perché restringe loro la possibilità di infrangere in futuro quegli stessi patti e quelle stesse regole per i quali, al momento, si pretende con fermezza il rispetto.

A prima vista queste contraddizioni sistemiche potrebbero apparire come il frutto di un’accozzaglia di politici incapaci. In realtà, come abbiamo visto, sono il frutto razionale di una complessa strategia utilitaristica.

Dunque, politica estremamente logica e razionale. Ciò nondimeno, falsa. Falsa nella misura in cui essa si dovrebbe occupare delle “regole del gioco”, delle condizioni a priori per una “partita” equa.

Perché equità e fiducia sono due facce della stessa medaglia.

* L’esempio del dilemma del prigioniero è stato preso da un articolo di Cristina Scarcella del Politecnico di Torino.

Info Autore

Giuseppe Cusmano

Giuseppe Cusmano

Già responsabile del Middle Office Finanza per il gruppo Banco Popolare. Toltosi la cravatta, libero pensatore appassionato di filosofia e, più in generale, di cose dell'uomo e del mondo. Con lo sguardo puntato in là, un po' oltre.